Spagna in ginocchio

La sofferenza dei paesi periferici continua. Dopo le tensioni in Grecia sull’eventualità di ritornare alla dracma e il downgrade di 26 banche italiane, ora Moody’s declassa anche le banche iberiche.

L’abbandono dei risparmiatori di Bankia, le Regioni declassate e la bocciatura, da parte dell’agenzia di rating, di numerosi istituti di credito sono tre bastonate alle ginocchia che hanno piegato la Spagna e la sua credibilità finanziaria su fronte internazionale, costringendo Madrid a chiedere aiuto e clemenza all’Ue per preservare la moneta unica.

Intanto il panico si diffonde a macchia d’olio e dalla neo-nazionalizzata Bankia in una settimana sarebbero già emigrati conti correnti per un vlaore di circa un miliardo di euro. Notizia comunque smentita dal sottosegretario all’Economia, Fernando Jimenez Latorre, che ha voluto tranquillizzando i correntisti di non aver nulla da temere. Inevitabilmente i mercati hanno letto l’evolversi degli eventi in chiave drammatica, tanto che il titolo di Bankia perde il 30% alla Borsa di Madrid.

La sentenza di Moody’s si apre con un declassamento del debito delle regioni e dal Tesoro arrivano ordini di austerità per arginare il deficit di ogni singola amministrazione autonoma per ridurre quello nazionale. L’agenzia di rating è, però, troppo scettica e ritiene che le probabilità che le Regioni riescano a rispettare gli obiettivi di risanamento sarebbero davvero irrisorie. Recessione, disoccupazione e le pessime condizioni del settore immobiliare – con un’esposizione da 330 miliardi di euro – accompagnate dalla bassa stima nel governo iberico, vanno ad aggravare non solo il quadro nazionale, ma anche quello di tutta l’Eurozona.

Per quanto, invece, concerne le banche, Moody’s falcia fino a tre gradini ben 16 istituti spagnoli: Santander, Bbva, Banesto, Caixabank, La Caixa, Caja rural de Navarra, Banco cooperativo espanol, Bankiter, Ceca, Caja rural de Granada, Liberbank, Cajamar, Lico Leasing, Unicaja Banco, Banco popular espanol, Banco Sabadell (ai quali si aggiunge Santander Uk).

ticinofinanza.ch, 18 maggio 2012

Il rovescio della medaglia Monti

Nel 2011 sono fallite più di 11 600 imprese in Italia, un record negli ultimi quattro anni, che ha comportato la perdita di 50 000 posti di lavoro.

Pubblicato in: Svizzera
Traduzione di ItaliaDallEstero.info

La cura da cavallo somministrata da Mario Monti all’Italia per tirarla fuori dal marasma provoca il malcontento di alcune categorie di cittadini. A guidare la protesta i piccoli imprenditori, che lamentano una pressione fiscale insopportabile e riforme che non favoriscono la produttività.

“Mario Monti è la persona giusta al momento giusto. Approviamo tutte le misure adottate” dichiarava con entusiasmo due settimane fa Angel Gurría, segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), circa l’azione del successore di Berlusconi in carica dal novembre 2011. Lodate dai suoi omologhi europei e dalla comunità internazionale in generale, le riforme intraprese per risollevare le disastrate finanze italiane non riservano però a Monti gli stessi elogi da parte dei suoi concittadini. Anche se i sondaggi attestano ancora una certa popolarità del presidente del Consiglio, che era del 55% a fine marzo, i suoi metodi e i suoi piani di rigore provocano aspre critiche da parte di alcuni settori della popolazione. In prima fila i piccoli imprenditori, numerosi nell’ esprimere la loro rabbia sentendosi poco rappresentati dalle associazioni professionali a loro giudizio troppo passive.

Penalizzati per anni in un Paese che fa fatica a crescere, i piccoli imprenditori dicono di sentirsi presi per la gola da quando l’Italia, sottoposta ad una cura di austerità, è entrata in recessione alla fine dello scorso anno. Essi denunciano in particolare l’aumento della pressione fiscale deciso dal Governo e si lamentano dei crescenti controlli che non fanno altro che aggravare la loro situazione. “Mario Monti ci fa solo fare bella figura agli occhi del mondo, non risolve i problemi del Paese” dice Luca Peotta. Questo piccolo imprenditore che produce a Cuneo forni industriali e dà lavoro a otto persone, ha fondato nel 2009 “Imprese che resistono ” (ICR), un movimento che rivendica una riduzione dei carichi fiscali che gravano sulle forze produttive del Paese. Apolitica e forte della presenza di circa 3 500 aziende associate, ora è più attiva che mai. “Perché la situazione è gravissima” insistono i suoi membri. Nel 2011 sono fallite più di 11 600 imprese in Italia, un record negli ultimi quattro anni, che ha comportato la perdita di 50 000 posti di lavoro secondo l’Associazione Artigiani Piccole Imprese di Mestre (CGIA) del Veneto.

In Italia “l’onere fiscale che grava sul lavoro e sulle imprese supera di 50 miliardi la media europea”, ha dichiarato il mese scorso Luigi Giampaolino, Presidente della Corte dei Conti. E nonostante le promesse del Governo di spostare l’onere fiscale dalle imprese sul patrimonio e sul consumo, i piccoli imprenditori sono preoccupati. “La situazione delle PMI non migliorerà” ha detto Massimo Mazzucchelli, alla guida di un’azienda familiare che dà lavoro a 16 persone nella provincia di Varese, e membro di ICR. L’imprenditore è preoccupato dalle misure decise nel quadro della riforma del mercato del lavoro. Questa prevede un nuovo sistema di indennità di disoccupazione, che richiede maggiori contributi agli artigiani e piccole imprese, oltre a tassare ulteriormente le diverse forme di lavoro a tempo determinato: “Questo tipo di contratto ha permesso alle piccole imprese di assumere dipendenti solo durante i periodi di forte produttività. La domanda è drasticamente calata, non c’è abbastanza lavoro per assumere personale con contratti a tempo indeterminato “.

I piccoli imprenditori non sono però i soli a subire gli effetti delle riforme del Governo: la riforma delle pensioni, la reintroduzione della tassa di proprietà sulla prima casa, l’ulteriore aumento di due punti dell’IVA previsto per il prossimo autunno (per raggiungere un’aliquota del 23%), o l’introduzione di tasse ambientali previste dalla riforma fiscale preparata dall’esecutivo, rientrano nell’elenco dei pesanti sacrifici annunciati da Mario Monti a tutti i cittadini quando ha assunto l’incarico di Governo. Risultato: la pressione fiscale in Italia “è in procinto di superare il 45% del PIL, un livello che ha pochi uguali al mondo” ha dichiarato preoccupato Luigi Giampaolino durante un colloquio con la commissione della Camera dei Deputati nel mese di marzo. La media europea si colloca a circa il 40%.

Per risanare le finanze della nazione – che vanta un debito di oltre 1,9 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL – il Governo ha intensificato i controlli fiscali. Ancora una volta, i piccoli imprenditori alzano la voce e denunciano una caccia alle streghe condotta soprattutto contro i piccoli contribuenti. “Non è per difendere l’evasione fiscale” assicura Luca Peotta “ma notiamo che non sono i grandi evasori che sono preoccupati al momento. Loro continuano come prima a esportare i propri capitali verso i paradisi fiscali “.

Le lamentele dei piccoli imprenditori circa l’inasprimento dei controlli fiscali non hanno nulla di sorprendente. Finora sono stati supportati da un sistema impietoso nei confronti dei dipendenti, tassati alla fonte, che ha colpito davvero poco gli autonomi, i liberi professionisti e le aziende all’origine delle massicce sparizioni di capitali. Secondo il Ministero del Tesoro italiano, gli importi evasi potrebbero ammontare a più di 160 miliardi di euro all’anno. Secondo i dati fiscali 2011 (relativi all’anno 2010) raccolti dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia, il 49% dei contribuenti italiani dichiara un reddito annuo inferiore a 15 000 euro. E mentre il reddito medio dei dipendenti è di 19 810 euro, quello degli imprenditori arriva solo a 18 170 euro.

Francesco, proprietario di una piccola azienda edile in Liguria, non nasconde che si prende qualche libertà con le tasse che dovrebbe versare. Dice che questo è il prezzo da pagare affinché la sua azienda possa sopravvivere: “Il lavoro manca, se voglio portare a casa qualcosa per vivere devo risparmiare nelle misure di sicurezza nei cantieri ed evitare di dichiarare una parte del reddito”. Ma precisa che non è sempre stato così. Nel 2005 dichiarava ancora un reddito superiore ai 40 000 euro. “Gli affari andavano meglio a quel tempo, ma da allora la situazione è peggiorata. Non evado per divertimento ” e si dice deluso dall’azione di governo. “Se Mario Monti salverà l’Italia, non salverà la mia ma quella dei poveracci”.

Al di là della tendenza problematica e diffusa dei lavoratori autonomi ad evadere, il disagio espresso dagli artigiani e dai piccoli imprenditori non è fittizio. Dall’inizio dell’anno una decina di imprenditori in difficoltà economiche si è suicidata. A Bologna, due settimane fa, un artigiano si è dato fuoco di fronte all’Agenzia delle Entrate con cui aveva un contenzioso.

Questi gesti di disperazione, più frequenti dopo la crisi finanziaria del 2008, sono ulteriormente aumentati negli ultimi mesi. Esasperato dall’indifferenza delle autorità nei confronti di questo fenomeno, Massimo Mazzucchelli ha creato una rete di psicoterapeuti chiamata “Terraferma”, una specie di Telefono Azzurro per gli imprenditori. “Sono completamente soli di fronte ai problemi che si accumulano e non riescono ad accettare la prospettiva di licenziare i dipendenti che spesso sono amici o vicini di casa, né di chiudere un’azienda in cui si identificano completamente” .

Alberto Dalpiaz non ha intenzione né di suicidarsi, né di rinunciare alla sua azienda. Proprietario di una azienda agricola biologica di 4 ettari nella zona di Imperia, come tutti gli agricoltori gode di numerose agevolazioni fiscali. “Non troppo sfortunato”, si lamenta tuttavia come gli imprenditori di altri settori della riluttanza delle banche a concedere prestiti. Una tendenza che, fa notare la CGIA di Mestre, si è ancora più accentuata dal secondo semestre del 2011. “Questo è un grande freno alle aziende individuali, e può causare molti problemi quando si devono garantire pagamenti mentre la maggior parte dei clienti sono in ritardo nel saldare le proprie fatture.”

Primo fra i morosi “lo Stato, che paga i propri conti con un enorme ritardo” accusa Alberto Dalpiaz. “E’ il colmo, se si pensa che proprio lo Stato non esita a colpire con forza coloro che non pagano i propri debiti in tempo” dice l’agricoltore. Secondo uno studio di Confartigianato lo Stato evidenzia una media di 137 giorni di ritardo nei pagamenti dei suoi fornitori.

Oltre alla riduzione del carico fiscale, l’obbligo di pagare entro 60 giorni fa parte delle riforme richieste da ICR per migliorare la situazione delle piccole medie imprese, così come diverse modifiche nel sistema di riscossione dell’IVA, “che dovrebbe essere versata quando le aziende incassano i propri crediti” sostiene Luca Peotta e non mensilmente o trimestralmente come avviene oggi. “Grazie ad iniziative di questo tipo l’Italia potrà tornare a crescere” dice.

In attesa di vedere le autorità disposte ad ascoltarli con più attenzione, i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi vedranno ridotto il margine di manovra con il fisco, poiché il Governo insiste da mesi che i controlli si intensificheranno in futuro.
Per il sindacalista Domenico Proietti, specialista in materia fiscale della UIL, è il minimo che che si può fare. Poiché anche se la situazione dei piccoli imprenditori non è sempre rosea, non sono loro quelli messi peggio. “Cominciamo con la riduzione delle tasse per coloro che effettivamente pagano dal primo all’ultimo euro. In Italia non sono difficili da identificare: sono i dipendenti e pensionati “.

Italia: Fuggire o morire?

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di
Kordula Dörfler
Traduzione di ItaliaDallEstero.info

Il paese patisce enormemente le conseguenze della crisi del debito pubblico e le misure di austerità imposte del governo. Giovani laureati emigrano in massa – e molti disperati si tolgono la vita.

Il paese dei suoi sogni è bagnato dal mare. Ha una forma allungata, migliaia e migliaia di chilometri di coste e alte montagne, il clima è piacevole, c’è buon cibo e vino buono e tesori culturali di ogni epoca della storia occidentale. Daniela M. 32 anni, trattiene a fatica le lacrime quando parla della terra dei suoi sogni. Non avrebbe mai immaginato di doverla abbandonare, forse per sempre. Ma questa è la sua ferma decisione, lasciare l’Italia, perché nel paese dei suoi sogni non esiste una cosa: un futuro per i giovani.

Non vedo altre possibilità“, dice la donna snella con gli occhiali scuri, e la sua voce riprende sicurezza. E’ tutto pronto, in estate prenderà l’aereo per andare in Australia. Dopotutto, anche lì ci sono un clima mite e il mare ad attenderla – e un lavoro.

Le ha tentate tutte dopo aver finito gli studi. Non si contano le domande di impiego che ha spedito. “Dalla maggior parte non ho nemmeno ricevuto una risposta.” Nessuno ha voluto assumere la giovane architetto, almeno per non più di sei mesi. Infine ha accettato un lavoro qualsiasi, in un call center ha dato consigli a clienti impazienti, ha fatto la cameriera. Ha guadagnato veramente poco, troppo poco per vivere, troppo per morire. E così vive con i suoi genitori in un piccolo appartamento nei pressi di Roma, perché, come si può vivere con poche centinaia di euro in una città costosa come Roma?

La maggior parte non ha più alcuna speranza

A M. non piace parlare della sua storia, ma stare tra persone che la pensano come lei l’aiuta. Decine di giovani sono arrivati per un convegno chiamato “Emigrazione 2.0” che si è tenuto in una ex discoteca di Roma. Hanno un buon curriculum formativo ma sono senza lavoro fisso. La maggior parte tra l’altro non ha alcuna speranza di ottenerlo. La crisi finanziaria ha fatto salire il tasso di disoccupazione al 9,4 per cento. La cosa più grave è che colpisce i giovani. Un 35enne su tre e un 25enne su due non ha un lavoro. Sempre più giovani hanno a che fare con un lavoro temporaneo e mal pagato. Ciò consente ai datori di lavoro di risparmiare molto, mentre i lavoratori precari non hanno quasi diritti.

E non finisce qui, perché il governo vuole modificare l’art. 18. E mentre combatte con i sindacati, la disperazione dilaga, da questo punto di vista il cambiamento di governo avvenuto nel 2011 ha cambiato poco. Dopo un breve periodo di sollievo, la crisi colpisce molti con tutta la sua forza. Sempre più giovani vedono un’unica via d’uscita: lasciare l’Italia, in particolare proprio quelli di cui il paese avrebbe così tanto bisogno: personale altamente qualificato, docenti universitari, medici, architetti, ingegneri. Circa 600.000 negli ultimi dieci anni.

Particolarmente forte è l’esodo proveniente dall’arretrato Sud. Ma anche dal nord si parte per andare lontano. “Questi giovani non si accontentano di giocare in serie B, vogliono restare in serie A“, spiega il demografo Alessandro Rosina.

Del resto l’emigrazione non è un fenomeno nuovo in Italia, a partire dal 19° secolo ci sono sempre state ondate di emigranti, soprattutto verso l’America e l’Australia. Ma a differenza dell’ultima ondata, avvenuta negli anni ‘60 e ‘70, non sono più prevalentemente i lavoratori non qualificati a cercare la loro fortuna all’estero, anche al di là delle Alpi. “Questa è una forma di emigrazione finora sconosciuta in Italia“, spiega Gabriele di Mascio della UIM, che si occupa e segue gli italiani all’estero – e coloro che vogliono emigrare. E’ uno dei padri fondatori del convegno “Emigrazione 2.0” e si sorprende del grande afflusso [di partecipanti]. Dovrebbero seguirne altri, il prossimo a Londra, una delle mete preferite per i giovani italiani, e forse anche a Berlino.

Secondo le statistiche, un suicidio al giorno

Ma non tutti hanno il coraggio di emigrare. Lucia (28), un ingegnere disoccupato, non vedeva via d’uscita dalla miseria. Si è gettata da un balcone a Cosenza. “Non riusciva più a vivere in questa Italia, non ha visto altra soluzione” ha scritto la madre in una lettera aperta al giornale locale.

In questi giorni storie quotidiane come queste creano sgomento negli italiani, ogni giorno i media raccontano di persone che si tolgono la vita – a causa della crisi. Alcuni ricorrono a mezzi estremi per protesta: un operaio a Bologna si è dato fuoco morendo giorni dopo, a fine marzo anche un operaio edile marocchino si è dato fuoco davanti al municipio di Verona perché senza stipendio da quattro mesi. Una persona disabile, che aveva chiesto invano il rimborso delle spese per le terapie mediche, poco prima di una visita del Primo Ministro Mario Monti a Napoli, si è dato fuoco.

Ci sono anche pensionati a cui è stata ridotta la pensione e per questo la fanno finita, come recentemente è successo ad una signora siciliana. E ci sono anche capaci imprenditori ridotti sul lastrico, piccoli e medi imprenditori, la spina dorsale dell’economia: sono colpiti dalla mancanza di ordinazioni, aggravati da mancate riscossioni del credito e ritardati pagamenti dei fornitori e clienti.

Dal 2008 al 2011 sono fallite più di 40.000 aziende e secondo una statistica solo nel 2011 la crisi ha portato al suicidio una persona al giorno. L’associazione artigiana parla anche di oltre 1000 suicidi, un aumento del 24 per cento dal 2008, dato che nel 2012 forse verrà superato. E chi ha un lavoro, teme per il futuro. Gli stipendi a reddito fisso sono in netto calo, in compenso aumentano i prelievi fiscali e le tasse imposti dalla politica di rigore del governo. I consumi diminuiscono, i ristoranti non sono certi di poter restare ancora aperti, nei centri storici sempre più negozi chiudono, perché non possono più pagare l’affitto. Il 2012 potrebbe essere l’anno economicamente più difficile per l’Italia dal 1945.

Non posso più aspettare che le riforme di Monti diano i loro frutti“, dice Michele F. (30), tecnico informatico, ma che oggi in Italia ha difficoltà [a trovare lavoro]. Andrà a Londra. Suo fratello vive già lì, è un medico, lo ha aiutato a trovare un posto di programmatore pagato meglio. “Londra mi aspetta”, dice con tono deciso, cercando di sorridere.