RIFORMA
Fornero pensi alle piccole
Lavoro: ecco le proposte delle imprese che resistono alla crisi.
di Antonietta Demurtas
(© La Presse) Monti e Elsa Fornero, ministro del Welfare.
Quando sentono parlare di riforma del lavoro, i piccoli imprenditori vanno su tutte le furie: urlano, imprecano, ridono istericamente e piangono sognando la Svizzera. Perché quello a cui assistono ormai da mesi è un dialogo tra sordi. Un batti e ribatti tra il ministro del Lavoro Elsa Fornero, Confindustria, sindacati e Rete imprese, a cui loro non credono più.
IMPRESE CHE RESISTONO. Il gruppo spontaneo nazionale di Imprese che resistono è formato da uomini e donne che in tutta Italia continuano a mandare avanti le loro piccole e medie aziende nel silenzio di un governo che dall’alto del palazzo non vede più chi ne ha costruito le sue fondamenta. E neanche nel momento più critico si preoccupa di vedere se siano ancora solide o se invece si stiano sgretolando.
«La loro idea è trasformare tutto in una pubblica amministrazione, una bella società di servizi senza investire in know how e infrastrutture», dice a Lettera43.it Luca Peotta, 44 anni, fondatore della rete e presidente di UniReforn che produce forni industriali a Villafalletto in provincia di Cuneo.
Le grandi imprese scappano e le piccole muoiono
La questione è sul tavolo da almeno un decennio. Ma il dibattito è decollato con l’avvento del governo Monti e l’accenno del ministro del Welfare, Elsa Fornero, al tema dell’assegno di cittadinanza.
Laura Costato, imprenditrice lombarda sostiene che «per loro siamo tutti brutti, sporchi e cattivi: ce ne dovremmo andare via dall’Italia così capirebbero finalmente il nostro valore, ma il governo sa che il piccolo imprenditore non va via, non delocalizza, rimane e si fa spremere».
Costato dirige l’omonima azienda di famiglia, sul mercato dal 1957 nel settore della viteria speciale. A Cinisello Balsamo in provincia di Milano ha quattro dipendenti e quando sente parlare di articolo 18 ha quasi le convulsioni: «Parlano di aria fritta, di riformare un lavoro che ormai non c’è più».
COSTI DEL LAVORO TROPPO ELEVATI. Se infatti le grandi aziende se ne sono già andate, «le piccole stanno tutte chiudendo»: «Il problema non è certo licenziare un operaio che in realtà è per noi la vera fonte di ricchezza», fa sapere Costato.
La rabbia più grande deriva però dal sentirsi presi in giro: «Ci voglio far credere che le multinazionali non vengano qui per l’articolo 18, in realtà in Italia il lavoro costa troppo. In Paesi come la Serbia per ogni assunto lo Stato offre 10 mila euro», osserva Peotta.
NO RIFORMA, MA PIANO DI EMERGENZA. Nella sua azienda nel cuneese, Peotta ha cinque dipendenti e con qualche commessa sporadica riesce ancora a stare in piedi. E anche se il fatturato dai 2 milioni di euro del 2008 è sceso a 1 nel 2010 continua a lavorare.
«Resistiamo perché siamo nati piccoli, e questa azienda che era di mio padre non la chiudo per scappare e arricchirmi in Svizzera», dice.
Poi suggerisce: «L’imprenditore risolve i problemi in 24 ore, qui invece sono mesi che parlano di una riforma, quando in realtà basterebbe un piano emergenziale di due anni».
Peotta: abbassare l’Irpef e minori costi in proporzione alle assunzioni
(© Ansa) Elsa Fornero e Mario Monti e, di spalle, Susanna Camusso (Cgil) e Raffaele Bonanni (Cisl).
Se infatti dietro i paroloni si nascondono sempre pochi fatti concreti, meglio allora fare piccoli passi. Come per esempio abbassare il costo del lavoro «che creerebbe un aumento dei consumi», suggerisce l’imprenditore Peotta, «e anziché continuare con la politica degli incentivi e dei fondi perduti, che poi sappiamo bene dove finiscono, si dovrebbe pensare a un detassazione per tutti abbassando l’aliquota Irpef e magari facendo in modo che più persone sono assunte, minori sono i costi».
Oppure inserendo una regola temporanea per cui, vista l’emergenza, «per due anni a fronte di un aumento di 100 euro al mese il governo detassi il più possibile».
POCHI SOLDI PER L’INNOVAZIONE. Se fosse Costato a decidere quale riforma fare, sul tavolo del ministero metterebbe ben altre proposte che quelle discusse in questi giorni: regolamentazione delle caratteristiche di produzione per la vendita, abbassamento del costo del lavoro e blocco dell’esecutività di Equitalia per coloro che pur avendo dichiarato tutte le entrate, non riescono a pagare le tasse.
«Tra imposte dirette e indirette siamo tra il 74 e l’88% di tassazione sull’utile», commenta Costato, «e poi mi dicono che devono investire in innovazione? Ma con quali soldi?».
PAESE INDIFFERENTE ALLE DIFFICOLTÀ. Se all’imprenditore chiedono di stare al passo con i tempi, «qual è la ricerca e lo sviluppo del governo?», dice Peotta, «dove sono le politiche industriali di un Paese che è rimasto sette mesi senza ministro dello Sviluppo economico?».
Secondo Costato si parla di grandi progetti solo sulla carta, «ma le aziende muoiono nella totale indifferenza di un Paese che a livello competitivo è dopo il Botswana».
PIAGA DELLA CONCORRENZA SLEALE. Il nemico da abbattere è la concorrenza sleale: «Perché in Svizzera non ci sono produzioni cinesi?», domanda, «Perché il giorno dopo che realizzano una tutina per bimbi contenente formaldeide chiuderebbero». In Italia invece «ci ritroviamo questi prodotti nei grandi magazzini vicino ai nostri».
TASSE ANCHE SULLE PERDITE. Per l’imprenditrice lombarda è davvero un’impresa capire perché se nel 2009 la sua azienda ha chiuso in negativo con un utile operativo di 160 mila euro abbia dovuto pagare 24 mila euro di imposte e nel 2010, quando la situazione è diventata ancora più pesante, con 50 mila euro di utile è arrivata a pagarne 1.020 euro.
«Perché se ho un’impresa che non produce ricchezza devo pagare l’Irap?», si chiede, «non c’è nessun Paese in Europa in cui paghi una tassa sulle perdite».
Costato: Rete imprese e Confindustria hanno messo l’Italia in mano alle banche
(© La Presse) Al tavolo per la riforma del lavoro, governo e parti sociali.
Ma il problema è chi scrive la riforma, per Costato: «Tecnici che non hanno proprio idea di cosa ci sia in ballo o al massimo hanno un background in grandi aziende».
In una piccola impresa come la sua, invece, è difficile anche chiudere. «Servono i soldi, ma io sono indebitata con le banche», racconta, ed è qui che servirebbe una vera riforma: «C’è un sistema fiscale e commerciale che costringe a indebitarsi perché i clienti pagano entro 200 giorni», racconta, «ma per produrre si devono caricare di costi aggiuntivi».
MODELLO PERVERSO NON CONSIDERATO. Un modello perverso che nessuno però sembra mettere al centro del tavolo di alcuna riforma: «Rete imprese e Confindustria hanno messo l’Italia in mano alle banche e ora protestano?».
Associazioni che secondo Costato non hanno saputo capire i veri problemi dei piccoli imprenditori, «Se oggi le aziende falliscono è perché le banche chiedono un rientro del prestito, ma i creditori continuano a non pagare e tra questi il primo è proprio lo Stato».
IVA UNICA AL 15%. Un cul de sac da cui Peotta ha provato a uscire, ma dal 1 ottobre con l’aumento dell’Iva al 23%, la situazione diventa ancora più gravosa: «La portino al 15 o 17% per tutti, una Iva unica», propone, «in modo che le persone comprino di più e non aumenti il nero».
Una soluzione che sembra irrealizzabile solo se non si studiano modi per renderla reale: «Basterebbe proporre un abbassamento dell’Iva al 15% ai cittadini che in due anni abbiano speso 5 mila euro di Iva».
Per dimostrarlo e ottenere il premio sarebbero tutti spinti a «conservare scontrini e ricevute fiscali e combatterebbero così l’evasione in maniera positiva».
C’è chi propone di scappare a Santo Domingo
(© Getty Images) Susanna Camusso, segretario della Cgil.
Un entusiasmo che non tutti riescono più ad avere. C’è infatti chi davanti alle difficoltà non aspetta altro che l’occasione per gettare la spugna.
Fausto Fadda, 44 anni, imprenditore di Due Effe Costruzioni, impresa edile di Cagliari, sta già programmando di chiudere due grandi commesse e poi scappare nella Repubblica Dominicana, «dove lavorare e vivere è più facile».
IN UN ANNO DIMEZZATI I DIPENDENTI. La sua azienda conta quattro dipendenti, erano otto nel 2011, ma la crisi, il costo del lavoro, il ritardo nei pagamenti e la stretta creditizia hanno decretato la fine di ogni entusiasmo: «Sono un geologo e anni fa decisi di mettermi in proprio per evitare di essere sfruttato come tirocinante nei vari studi», racconta.
Ma mai Fadda avrebbe pensato che a sfruttarlo sarebbe stato lo Stato e la sua Regione. «Di tutte le merci che ci servono per le costruzioni paghiamo il 10% in più rispetto agli altri imprenditori italiani per il trasporto, il carico e lo scarico», denuncia.
NOVE MESI PER UNA AUTORIZZAZIONE. Una spesa che una riforma del lavoro valida dovrebbe valutare, «e invece nessuno le considera». E ancora, per avere una autorizzazione edilizia a livello regionale deve «ricorrere all’ufficio di tutela del paesaggio e aspettare anche nove mesi», continua Fadda. Tempi che un committente non possiede e spesso scappa portandosi via soldi e progetti.
Per sopravvivere Fadda indica la necessità di una riforma «a 360 gradi che riveda il sistema creditizio e del costo del lavoro». Per questo «Fornero dovrebbe ascoltare anche noi piccoli imprenditori e non solo i sindacati e Confindustria», denuncia l’imprenditore sardo, ma ormai molti hanno già rinunciato a far sentire la propria voce e hanno abbassato la saracinesca.
Giovedì, 15 Marzo 2012
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