Banche: Abi, siglato nuovo accordo “Nuove misure per il credito alle pmi”

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Hanno firmato la nuova moratoria il Ministro Corrado Passera, Il vice Ministro Vittorio Grilli, l’Abi e le altre associazioni di impresa, che con nuova evidenza non fanno l’interesse che di pochi associati, per cui … a che titolo rinnovare i tesseramenti?

Nuovo accordo, Nuove misure… debbono spiegarci cosa c’è di nuovo nell’accordo sotto linkato rispetto alla moratoria del 2009, che per inciso è servita a fare incassare qualcosa alle banche, in termini di interessi non dovuti, e a prolungare di un anno l’agonia di coloro che hanno creduto che la crisi potesse finire.

Accordo Abi 2012

Ancor più che nel 2009, le banche sono piene di immobili che non venderanno a nessuno, che non possono, causa bilancio e necessità di raggiungimento Tier Core 1 richiesto da Basilea 3, girare a perdita, tanto che qualche banca sta trasformando in contratti di locazione i contratti di mutuo delle persone fisiche insolventi, pur di non accollarsi ulteriori immobili superfinanziati e che ad oggi, essendo valori del tutto fuori mercato,  rappresenterebbero solo un ulteriore costo.

Operazioni per promuovere la ripresa e lo sviluppo delle attività

Se l’impresa aumenta il proprio patrimonio con conferimenti soci in conto capitale, la banca si impegna a concedere un finanziamento proporzionale all’aumento stesso. A che tasso? Che c’è di diverso dalla moratoria precedente?

Se le aziende hanno bisogno di credito non vuole dire forse che di mezzi propri non ne hanno più molti?

Chi può beneficiare del nuovo accordo abi?

Tutte le imprese con meno di 250 dipendenti e meno di 50 ml di fatturato, che al momento della domanda siano in Bonis, senza partite incagliate, o esposizioni strutturate, o esposizioni scadute e/o sconfinanti da oltre 90 giorni.

Per cui di nuovo nulla sotto il sole, se non che questo accordo bis è stato sottoscritto da tutte le associazioni di categoria che ancora oggi pensano di poter risolvere il problema della liquidità attraverso il finanziamento bancario, per quanto lo stesso sia difficile e oneroso, credendo di scaricare il problema e i relativi costi aggiuntivi ancora sulle spalle dei soliti noti.

Tutto tace da parte di queste associazioni, dalla prima all’ultima, riguardo al recepimento della legge 35 unione Europea, da recepire entro il 2013, concernente la regolamentazione dei pagamenti tra imprese sui tempi medi europei, e quindi a 60 giorni.

Come mai? Forse prima o poi ci risponderanno, o forse no, come sin ora avvenuto, ma forse prima o poi anche gli associati a queste ultime si decideranno a pagare le quote associative a babbo morto se non smettere di pagare chi di sicuro e con ogni riprova non fa il loro interesse.

L’INDRO … GIORNALE ON-LINE AL SERVIZIO DI “IMPRESECHERESISTONO”

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Uno dei valori di riferimento de L’Indro è la Sostenibilità.

Per un quotidiano, la Sostenibilità non è soltanto uno stile, una modalità di produzione dell’informazione tale da soddisfare le esigenze presenti, pensando al tempo stesso a quelle future.

Per un quotidiano, la Sostenibilità si declina anche in terzietà – ovvero indipendenza da qualsiasi forza politica e/o potere finanziario -, laicità, perseguimento delle verità dei fatti – così da produrre contenuti oggettivi –  e, ancora, qualità e sobrietà.

Per un’impresa editoriale che intende l’informazione in tal modo, la Sostenibilità si esprime infine nella partecipazione. Costruzione e guida dell’impresa sono affidate a due forze: da un lato, a chi produce la testata, cioè giornalisti, autori e non solo e, dall’altro a chi, fruendone, la utilizza, cioè i Lettori.

Sulla Sostenibilità così intesa e vissuta, abbiamo incrociato ‘Imprese che Resistono’, la rete di cinquemila imprese italiane che non solo ‘resistono’ ma che, soprattutto, ‘reagiscono’ e lavorano alla costruzione del nuovo modello economico che nascerà dalle ceneri di tutto ciò che la crisi di sistema sta distruggendo. Nel nuovo modello, eticità e condivisione saranno certamente caratteri imprescindibili, fondanti. Ecco perché, L’Indro è un passo avanti: la sua visione dell’informazione guarda già al nuovo modello d’impresa e società. Ecco il perché, quindi, dell’accordo definito, messo a punto e siglato il 23 febbraio, al termine dell’incontro tra una rappresentanza dei Soci Fondatori e Co-Fondatori de L’Indro e il Fondatore e Coordinatore Nazionale di ‘Imprese che Resistono’, Luca Peotta.

A partire da lunedì 27 febbraio, L’Indro sarà la testata di riferimento della rete delle aziende che aderiscono a ‘Imprese che Resistono’.

Le aziende che resistono e reagiscono sono il Paese reale che nulla a che fare con quello messo in scena ogni giorno da mezzi nazionali di comunicazione.

L’Indro è nato per mettersi al servizio del paese reale, delle persone, coinvolgendole e sollecitandone la partecipazione. È un primo passo, in attesa del momento in cui potremo dire che L’Indro, oltre ad essere al servizio, servirà. A tutti.

 

 

 http://www.lindro.it/

 

 

 

Luca Peotta Stasera Ospite in Studio all’ULTIMA PAROLA

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forza Luca, picchia duro…..

L’ultima parole di venerdi 24 febbraio: i cento giorni del governo Monti

La riforma del lavoro e i cento giorni di governo tecnico sono  i temi della puntata de L’ultima parola in onda venerdì 24 febbraio, alle 23.40,  su 2. Gianluigi Paragone tratterà gli argomenti in studio con il pubblico, i blogger politici e gli ospiti Franco Giordano, Anna Maria Bernini, Luca Peotta, Francesco Boccia e Alessandro Plateroti. In sommario anche inchieste, servizi filmati di approfondimento e in collegamento da Sant’Antioco i lavoratori e il sindaco della cittadina sarda.

Oltre al sito istituzionale - www.lultimaparola.rai.it - dove sono disponibili contenuti ed extra legati alle puntate in onda, L’Ultima Parola vive sui Social Media: durante la trasmissione il pubblico si può unire alla discussione su Twitter e interagire usando l’etichetta #ultimaparola. Inoltre, la puntata ogni venerdì pomeriggio vive nell’anteprima dedicata al web, condotta da Giulia Cazzaniga, trasmessa dalle 17.00 sul sito www.lultimaparola.rai.it e aperta ai commenti della Rete.

per rivedere la puntata ….

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-761e4ce2-677c-461e-a704-42aaa4e677ba.html#p=0

Monti non ha più soldi: anticipo Irap a imprese?

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Allarme rosso nelle casse dello stato: nei prossimi due mesi si prevede un deficit di 18-20 miliardi. Tanto, troppo: per ripianarlo non basta riformare il Tesoro: ecco perché, secondo Repubblica, prende forza l’ipotesi di un anticipo delle scadenze dell’Irap pagata dalle imprese. Come detto, la Tesoreria unica non basta: l’escamotage permetterebbe di accentrare tutte le somme depositate nelle casse degli enti locali e immetterle nella cassaforte della Banca d’Italia. Sono 8-9 miliardi di euro di fatto sottratti a Comuni, Province e Regioni. Che infatti protestano e annunciano ricorsi alla Corte Costituzionale. La beffa è che quei soldi non coprono il fabbisogno dei prossimi mesi, già annunciato in rialzo alla faccia dei tagli alla pubblica amministrazione. L’altra mossa, sconsigliata, è aumentare le emissioni dei titoli pubblici che però aumenterebbe di riflesso i tassi, con effetti nefasti sullo spread. Ecco perché dal decreto fiscale già oggi potrebbe spuntare quella vocina che tanto dispiace alle imprese: Irap anticipata, visto che la tassa si paga sul valore di produzione e non sugli utili.

fonte

Ecco tutti gli stipendi dei manager pubblici Befera prende più di Obama

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L’operazione del ministro Griffi è un boomerang: nelle dichiarazioni mancano cumuli con altri stipendi e benefit. L’Ocse: “I boiardi italiani sono i più pagati del mondo”

Redditi pubblici sì, ma con un po’ di maquillage. Trasparenza pure, ma con qualche velatura. Sussurriamolo così, tra noi, senza che nessuno ci senta: questa ideuzza di andare a rovesciare le tasche di ministri, sottosegretari, politici, boiardi e manager di Stato perché gli italiani finalmente sappiano, non è vero che proprio sia piaciuta a tutti gli interessati.

Attilio Befera

Attilio Befera
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E non è nemmeno vero che tutti gli interessati abbiano dato una mano a rovesciare tutte, ma proprio tutte, le loro tasche.

I cumuli, dove li mettiamo i cumuli, per esempio? Li vogliamo conteggiare o no? E gli stipendi? Non è che qualcuno, anzi, più d’uno, si sia sbagliato e abbia già dichiarato il suo più «modesto» e «riformato» stipendio, cioè quello del 2012, invece di andare un po’ più indietro nel tempo e rendere e noto e pubblico quanto guadagnava realmente fino a qualche mese fa?

 

 

Che i nostri manager pubblici siano strapagati in Italia lo conferma anche l’Ocse che, nel suo ultimo rapporto ha messo nero su bianco la realtà di un Paese dagli stipendi storicamente al di sotto della media ma con vertici societari strapagati. La media certificata dall’Ocse per l’Italia (dati 2009) è comunque di oltre 400mila dollari l’anno (circa 300mila euro), la più alta in assoluto che vede in secondo posizione solo la Nuova Zelanda con poco meno di 400mila e la Gran Bretagna con poco più di 350mila. «Poveri» i manager americani che guadagnano intorno ai 250mila dollari, povero il presidente Usa Barack Obama (300mila euro l’anno) che guadagna meno di Attilio Befera (304mila euro circa, e in sei mesi). Tornando ai dubbi e alle perplessità ieri, è stato lo stesso ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi (nella foto), ad ammettere l’incompletezza dei dati: «Abbiamo chiesto alle amministrazioni di appartenenza di fornirci l’elenco degli emolumenti degli alti dirigenti che sforano il tetto massimo, individuato dal governo nello stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, di circa 294 mila euro. Ma le informazioni ricevute sono al momento incomplete, perché non tutti gli enti hanno inviato i dati richiesti e perché, nell’elenco, mancano i cumuli e cioè gli eventuali stipendi aggiuntivi che i super-manager percepiscono dallo Stato per altri incarichi. E non ci sono neanche i benefit – ha precisato ancora Patroni Griffi – perché noi abbiamo chiesto la retribuzione da contratto».

Detto questo possiamo ben affermare che sono una sessantina i nomi dei vertici della pubblica amministrazione che superano il tetto dei 294mila euro, considerata come soglia massima per gli stipendi dei manager pubblici. Guida la classifica il capo della Polizia, Antonio Manganelli con i suoi 621.253,75 euro ma sono ben piazzati il ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio che ha una retribuzione di 562.331,86 euro, il capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta a 543.954,42 euro, il capo Gabinetto del ministero dell’Economia Vincenzo Fortunato con 536.906,98 euro e il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò (475.643,38). Giusto per la cronaca da segnalare che i Capi di stato maggiore superano i presidenti di antitrust e autorità per l’energia le cui retribuzioni sono identiche: nell’ordine, Giovanni Pitruzzella prende 475.643 euro, Guido Bortoni 475.643 euro. Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, si «accontenta» di 387mila euro tondi, mentre il «suo» direttore generale Antonio Rosati, guadagna 395mila euro più la gratifica annuale. Il capo della polizia Antonio Manganelli, dunque, risulta avere lo stipendio più alto, ma non è affatto detto che sia il più «ricco» tra i dirigenti dello Stato, dato che alcuni colleghi potrebbero superarlo sommando le retribuzioni ricevute per i diversi incarichi

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George Carlin… vietato ai minori, quanto siamo c…..i?

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I messaggi sono chiari… da tutto il mondo, occorre che le persone comuni prendano coscienza del problema mondiale di un sistema che non funziona, che lede i diritti più elementare dei cittadini.

Ci vorrebbe davvero che tutti i giovani ed i meno giovani in europa si organizzassero per una manifestazione globale, pacifica ma ferma direttamente al parlamento europeo, per fare capire che la gente Greca, Italiana, Francese, Spagnola, Portoghese, e via dicendo esige che tutto questo si fermi.  Occorre che tutti i cittadini schiavizzati da una crisi che non sta portando a nessun cambiamento se non all’impoverimento dei popoli in nome di una arricchimento di pochi, vadano direttamente al cuore del problema per destituire quei poteri che non stanno facendo nulla per il bene dell’Europa, dei popoli e delle famiglie. Tornino a casa tutti quei governanti che si arrendono ai giochi dei poteri forti.

RAI: NULLA E’ DOVUTO PER MERO POSSESSO COMPUTER, TABLET E SMARTPHONE

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21/2/2012
RAI: NULLA E' DOVUTO PER MERO POSSESSO COMPUTER, TABLET E SMARTPHONE
La Rai, a seguito di un confronto avvenuto questa mattina con il Ministero dello Sviluppo Economico, precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone.

La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali  imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più’ televisori. Cio’ quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone.

Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore

Lo hanno capito tutti, tranne gli Italiani

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Il problema è Monti? Può essere, non è vero che non lo sappiamo, ma quale sia l’alternativa al Governo dei tecnici ancora non lo sappiamo.

Monti, la classe politica? Ardua scelta in un paese ove la democrazia non è sospesa da oggi, dobbiamo tornare alla preferenza, alla democrazia diretta, basta partiti che litigano per una poltrona alla quale stanno attaccati per decenni senza nulla fare per il paese.  Occorre ripristinare una democrazia reale, ove sia il popolo a scegliere il proprio candidato, ove un politico inquisito si dimetta come negli altri paesi, ove si resti in carica per 5 anni e non 50 anni, ove i programmi politici non siano costruiti in base ai sondaggi ma alle esigenze reali del paese, una democrazia meritocratica, e non sclerotica e nepotistica.

Che si abbia davanti un lungo periodo di duro sacrificio, lo abbiamo capito, ma che questo sacrificio venga sopportato per il bene del nostro paese e non per pagare un debito che non appartiene al cittadino. E’ ora che questa crisi si trasformi in vero cambiamento, il sistema non funziona più, quello finanziario, quello politico, quello sociale, quello industriale.

E’ ora di cambiare l’italia, dai vertici fino al fondo, compreso la mentalità di ogni singolo cittadino. Questa è l’OCCASIONE per farlo.

Altro che nuove sigle per vecchi partiti. Non vogliamo canzoni, non vogliamo partiti, vogliamo Democrazia…

Il male oscuro dell’Italia

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Quando si parla di gente attaccata alla poltrona, senza voler offendere nessuno, ma questi signori cosa hanno fatto per il nostro paese in questi ultimi 20 anni di presenza al parlamento?

Quando si parla di “Cambiamento” è da qui che occorre cominciare.

Immagini Divertenti

Psicologi al lavoro, il Male Oscuro di fare Impresa

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In Italia soprattutto.

di Antonio Sgobba

C’era bisogno di uno psicologo per aiutare gli imprenditori in difficoltà? «Si, ce n’era bisogno. Vivono in questa condizione da tre anni e per tutto questo tempo non ne hanno parlato con nessuno», risponde Marzia Sgambelluri, 28 anni, una delle psicologhe coinvolte in «Terraferma», il progetto di Imprese che resistono nato dopo i diversi casi di suicidio tra imprenditori travolti dalla crisi.

A poche settimane dalla nascita del servizio incominciano ad arrivare i primi imprenditori nel suo studio. «Prima di tutto c’è una grande difficoltà a parlare del problema stesso. È forte la vergogna, si fa fatica ad ammettere di avere bisogno di aiuto», spiega la psicologa.

«Questo perchè si tratta di persone non abituate a trovarsi in questa posizione. Sono persone attive, capaci, di solito risolvono qualsiasi situazione da soli». Fino a quando arrivano i problemi. «Così l’immagine che avevano di sé inizia a sgretolarsi – continua Sgambelluri – Non riescono più a reperire in sé stessi le risorse per uscire dalle difficoltà, ma allo stesso tempo fanno fatica a pensare di dover chiedere aiuto».

In questi casi il sostegno dello psicologo a cosa può servire? «Noi cerchiamo di aiutarli a distinguere fin dove arriva la loro responsabilità personale e dove invece dipende da fattori esterni e di contesto. Altrimenti il rischio è che  assumano su di sé tutto  le responsabilità quando le cose vanno male», risponde la dottoressa.

Spesso a causa del senso di colpa si fa fatica persino a chiedere ciò che spetta di diritto. «Per esempio quando devono recuperare dei soldi che sono dovuti, per loro è difficile accettare di essere nella condizione di chiedere, noi cerchiamo di far capire che è lecito, che non è una cosa di cui vergognarsi o da vivere come un fallimento personale».

Ma il disagio dovuto alla situazione dell’azienda si riflette anche nei rapporti interpersonali. «A partire da quello con i dipendenti – continua la psicologa – io ho a che fare soprattutto con proprietari di piccoli imprese, conoscono bene chi lavora per loro. La decisione di licenziare delle persone per loro non è mai semplice. Pensano “Si fidavano di me, ora come faccio?”».

«Terraferma» è nato da un’idea di Massimo Mazzucchelli, piccolo imprenditore di Varese che ha coinvolto un gruppo di psicologi nell’iniziativa. «Per noi è una scelta etica. Non possiamo far finta che sia un periodo normale, per questo chiediamo una cifra simbolica», spiega la dottoressa Sgambelluri.

Lei è di Concesio, un piccolo centro in provincia di Brescia. «È un territorio molto colpito. Le conseguenze si vedono nella vita quotidiana. Già prima di dedicarmi a questo servizio avevo avuto la possibilità di osservare il fenomeno. La crisi non colpisce psicologicamente solo gli imprenditori. I sintomi più frequenti sono disturbi d’ansia, forte depressione. L’incertezza del futuro diventa un pensiero fisso. Non si sa quali siano le prospettive, il disagio viene da lì».

twitter@antoniosgobba

http://nuvola.corriere.it/2012/02/20/il-male-oscuro-di-fare-impresa/

 


da “LA STAMPA” … un bell’esempio di impresa che resiste in Italia

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Per i nuovi macchinari
pagano anche gli operai

La Sisme è dal 1957 la principale aziendametalmeccanica della provincia di Como Oltre allo stabilimento diOlgiate, il gruppo controlla due siti produttivi in Cina e Slovacchia.

Accordo alla Sisme di Como:
sì allo stipendio ridotto
se l’azienda non va all’estero

MARCO ALFIERI
inviato a como

Da piccola immaginava un futuro diverso, impegnata a disegnare vestiti come Dolce & Gabbana. In nessuno dei suoi sogni c’era il cannello per saldare pezzi di motorini per lavatrici, «ma la vita spesso ti porta su lidi distanti da quel che avevi pensato…».

Marina Cedraschi, 33 anni, per tutti Marina «Lennon» in omaggio al suo mito musicale, fa parte dei 301 operai che l’8 febbraio hanno votato «sì» al referendum promosso dai sindacati della Sisme: «accettereste di co-finanziare l’acquisto di un nuovo impianto produttivo?» Una specie di contributo di solidarietà all’azienda per evitare la delocalizzazione. «Accetteremmo, si».

La Sisme è la più importante impresa metalmeccanica del comasco. Fornitrice del colosso tedesco Bosch, produce motori per elettrodomestici e impianti di refrigerazione e ventilazione. Ancora 10 anni fa l’azienda di Olgiate impiegava 1.200 addetti. Scesi a 518 dopo la delocalizzazione in Cina (Tianjin) e Slovacchia e la dura ristrutturazione del settore «bianco» (30mila posti di lavoro bruciati in 4 anni). Pesano il calo dei consumi, il rincaro delle materie prime e la corsa dei colossi mondiali a produrre nei paesi dell’Est Europa dove il costo del lavoro pesa un quinto e le tasse sfiorano il 20 per cento. Per la dorsale metalmeccanica padana una concorrenza crudele.

Nel 2009, in pieno tsunami, l’azienda della famiglia Costantini decide di spostare 3 linee produttive nel sito slovacco di Velky Krtis. Il sindacato si attiva per gestire l’emergenza: parte la cassa integrazione e l’accompagnamento alla pensione. Sono mesi difficili: i ricavi crollano a 84 milioni (-22%). Dopo la mini ripresa 2010, nel 2011 la coda recessiva impone un nuovo round di sacrifici. Sisme sperimenta coi sindacati la mobilità volontaria insieme ad un mega piano di contratti di solidarietà che cuba il 40% del totale stipulato in Lombardia. Apripista di una gestione partecipativa sfociata appunto nel referendum dell’altro giorno, approvato dal 65% dei lavoratori.

Per rilanciare il lavoro in Italia servono tuttavia 5 milioni: è il costo della nuova linea produttiva per motori elettrici di generazione tre. I Costantini non ritengono sostenibile l’investimento, minacciano 300 esuberi e di spostare un altro pezzo di produzione in Slovacchia. Ma i lavoratori si mobilitano: scioperi, blocchi e cortei. Marina «Lennon» apre una pagina Facebook – «la Sisme non si tocca e non si sposta» – che diventa una specie di agorà comunitaria in cui discutere di lavoro, mandarsi messaggi e commenti alle partite, condividere video insieme ai post dei sindacalisti che aggiornano la vertenza. L’unione fa la forza e i «sismini» vincono la loro battaglia. Prima di natale la proprietà accetta di negoziare sul principio «risparmi in cambio di investimenti in Italia».

Il resto è cronaca. Un mese fa nasce una commissione tecnica guidata dal professor Luigi Campagna del Politecnico di Milano, Ermanno Dalla Libera dell’Istituto Poster e l’ex segretario nazionale della Fim, Giorgio Caprioli, che entro fine aprile dovrà presentare un piano di miglioramento della produttività aziendale capace di generare risparmi per co-finanziare la nuova linea produttiva.

In caso contrario i lavoratori si tasseranno per raccogliere 700mila euro. Il contributo all’investimento, votato nel referendum, sarà modulato sui livelli retributivi, nessuno escluso: per un terzo livello sarà di 700 euro, per un quadro di 1.500, per un dirigente di 4mila. «E’ giusto che il contributo arrivi anche dai noi, siamo tutti lavoratori che tengono alla Sisme», spiega il direttore del personale, Sergio Luculli.

E’ la fine di un incubo. L’intesa proprietà-sindacati viene firmata giovedì in Confindustria a Como: al primo piano si limano gli ultimi dettagli, nella stanzetta vicina i delegati di fabbrica, Slai-Cobas, Fiom, Fim e Uilm aspettano impazienti tra goliardia e un senso di amicizia raro, senza colori politici, forgiatosi nella lunga vertenza.

«Ognuno di noi ha dovuto rinunciare a qualcosa per tutelare i lavoratori e il loro posto in azienda in uno scenario di mercato nuovo e incerto», ammette Stefano Muzio, segretario provinciale della Uilm. «Ma sbaglia chi ci accusa di aver svenduto i diritti degli operai, non è così…».

Per questo mentre le crisi industriali esplodono da nord a sud, gonfiando mobilità, esuberi, suicidi e gesti disperati, l’accordo in Sisme farà discutere. Si spera di non doverlo estendere ma certamente è un caso di scuola: «Si tratta del primo referendum in Italia a cui partecipano lavoratori e dirigenti tra cui il vice direttore generale, Serena Costantini, proprietaria dell’azienda con il padre e il fratello», ragiona Alberto Zappa, segretario della Fim Cisl di Como, uno dei registi dell’intesa. Sfociata dopo mesi di lotta «in un modello di partecipazione in cui tutti si assumono la responsabilità dei costi e della competitività ai tempi della globalizzazione». E quando dice tutti Zappa intende «lavoratori, proprietà e insieme Fiom, Fim, Uilm e Slai Cobas» che a Roma litigano mentre sul territorio sperimentano vie nuove per uscire dalla crisi. «Senza piantare bandierine ideologiche».

Il risultato è che in cambio della potenziale rinuncia ad un pezzetto di stipendio (o una minor maturazione del Tfr), dopo 6 anni Sisme tornerà ad investire in Italia su motori di nuova generazione. Un progetto che vale 40 posti di lavoro. «C’era questa opportunità per spingere l’azienda a fare il benedetto investimento e l’abbiamo sfruttata», sorride Lucia Rizzo, operaia, delegata Fiom. «I lavoratori ci hanno sostenuto, tutto il resto non conta…».

La Provincia di Varese … articolo di oggi

Non si trova la donna sparita
«Si rischiano sempre più casi

Comabbio – Il campo base delle ricerche (Foto by Enrico Scaringi / Varese Press)

COMABBIO Sono ore di grande apprensione a Comabbio per la sorte della casalinga di 54 anni della quale si sono perse le tracce dal pomeriggio di giovedì. La signora, secondo ai primi accertamenti effettuati dagli investigatori che stanno seguendo la vicenda in tempo reale, si sarebbe allontanata volontariamente da casa per motivi di natura economica. In alcuni bigliettini la casalinga avrebbe addirittura manifestato la volontà di farla finita. Un gesto estremo dettato dalle difficoltà di tirare fino alla fine del mese.

Un malessere sempre più diffuso contro cui da tempo sta lottando il movimento “Impresecheresistono” attraverso l’iniziativa “Terraferma”. Un progetto nato per prevenire gesti estremi, non solo di imprenditori e lavoratori dipendenti, ma di chiunque sia in difficoltà in questi tempi di grandi difficoltà. «Bisogna capire – dice il portavoce lombardo, Massimo Mazzucchelli – i motivi precisi di questo allontanamento. Il nostro timore è che ci saranno sempre più persone che si troveranno in questa situazione. L’iniziativa di Terraferma – aggiunge – è nata proprio per far capire alle persone in difficoltà che il problema non si risolve con il gesto estremo perché spesso poi il problema si lascia ai familiari. La cosa importante è che queste persone si aprano. Molto spesso si arriva al gesto estremo senza mai parlare con nessuno dei propri problemi. Spesso si hanno diversi disagi e una persona arriva a un punto tale che non sa più come muoversi per risolverli».

«Il fatto di aprirsi con un’altra persona – aggiunge – che può vedere a mente lucida quali sono i problemi è molto importante perché può fargli capire che i disagi, anche grossi, si possono affrontare uno alla volta. Chi è in difficoltà pensa che l’unica soluzione è lasciare questo mondo perché non ci sono prospettive».

Per avere ulteriori informazioni si può cliccare su internet all’indirizzo http://icrl.wordpress.com, o contattare il numero 3453161140.
Intanto ieri a Comabbio sono proseguite senza esito le ricerche, effettuate anche con l’ausilio delle unità cinofile e dell’elicottero dei vigili del fuoco di Varese. I soccorritori hanno ripercorso le zone già setacciate ampliando ulteriormente il raggio d’azione. Sono stati perlustrati i sentieri boschivi che scorrono attorno al paese. Con l’elicottero sono state controllate anche le sponde del lago. La macchina dei soccorsi sta facendo il possibile per trovare tracce della signora. In prima linea con vigili del fuoco e protezione civile ci sono i carabinieri che stanno ascoltando le persone della cerchia familiare per chiarire le circostanze dell’allontanamento.

http://www.laprovinciadivarese.it/stories/Cronaca/593805/

 

Il successo della lotta all’evasione del sig. Befera

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di
Barbara Knopf

15 febbraio 2012Pubblicato in: Svizzera

 

Le Temps

Da qualche mese scorrono “fiumi” d’oro e di denaro dall’Italia verso il Canton Ticino. Pare che gli italiani vogliano mettere al sicuro il proprio patrimonio, qualunque esso sia. I trasferimenti del metallo nobile dall’Italia alla Svizzera sono più che raddoppiati in un anno.

“Fiumi d’oro” alla frontiera italo-elvetica, “valanghe di euro”, o ancora “boom dei sequestri di valori”: da qualche settimana, i media della penisola stanno un po’ rovistando nelle banche svizzere, in particolare quelle ticinesi, come nelle caverne di Ali Babà. Tirando fuori i beni che gli italiani stanno depositando con cura, confidando poco nel futuro economico del loro paese, preoccupati dalla prospettiva di una patrimoniale e spaventati dalla caccia agli evasori fiscali.

“Grandi patrimoni”

Qualche giorno fa, tracciando un bilancio della lotta all’evasione fiscale, il direttore dell’Agenzia delle Entrate italiana, Attilio Befera, ha puntato il dito sulla “fuga di capitali” verso la Svizzera di questi ultimi mesi, o meglio ha precisato: “Dall’inizio di gennaio, il flusso ha avuto una crescita esponenziale […]. Alcune banche svizzere hanno iniziato ad affittare casseforti nei grandi alberghi per soddisfare il numero di richieste”.

“Fesserie”, ha sostanzialmente replicato il direttore dell’Associazione Bancari Ticinesi (ABT), Franco Citterio. Secondo Citterio si tratta di “un attacco nei confronti della Svizzera […] per giustificare i raid effettuati a Cortina e a Milano, i controlli estesi alla frontiera e i metodi repressivi dell’Agenzia delle Entrate”. Franco Citterio ammette però l’esistenza di un incremento della clientela italiana che, in cerca di sicurezza, apre conti in Svizzera , ma nella piu’ assoluta legalità, precisa.

“Grandi patrimoni e società cercano di trasferirsi in Ticino, i fduciari sono abbastanza sul chi va là”, conferma Amalia Mirante, docente di economia all’università della Svizzera italiana. Difficile mettere d’accordo le opinioni sull’argomento. La Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Del tutto inutili anche i tentativi di saggiare la situazione presso un’importante banca a Lugano. Al contrario, la banca dati dell’Istat si è rivelata una miniera … d’oro.

Reggiseno, valigia …

Nell’ottobre scorso, i trasferimenti di oro grezzo dall’Italia alla Svizzera sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente, sfiorando i 510 milioni di euro (229.5 milioni nell’ottobre del 2010). Più di 13 tonnellate di lingotti hanno attraversato il confine (7.6 tonnellate). Nell’arco dei primi dieci mesi del 2011, il volume dell’oro esportato ha raggiunto le 91 tonnellate per un valore di più di 3 miliardi, ossia ben più del totale di tutto l’anno 2010 (72.5 tonnellate per un valore di 2 miliardi). L’Istat ha analizzato proprio questo flusso di metallo che ha fatto gonfiare i traffici verso la Svizzera (con una crescita pari al 30% circa).

Secondo gli analisti italiani, oltre a questi grossi movimenti d’oro che avvengono alla luce del sole tramite gli istituti bancari, ci sarebbe tutto un traffico parallelo di somme più modeste trasportate di persona dall’altra parte del confine. Il signor e la signora Rossi diventano contrabbandieri per mettere in sicurezza i propri risparmi, oro o denaro contante.

Come quell’elegante signora che aveva nascosto 65 000 euro nei tacchi delle scarpe e nel reggiseno, scovati a Ponte Chiasso nel mese di novembre da un labrador addestrato alla ricerca di banconote. O quell’automobilista che si è fatto pescare, allo stessa dogana, con più di 200 000 euro nascosti in un falso fondo di valigia. In un’inchiesta sulla “grande fuga di capitali”, il quotidiano “La Repubblica” segnala, dall’estate alla fine del 2011, un aumento del 50% di sequestri di beni lungo il confine con la Svizzera. La Guardia di Finanza, che dovrebbe pubblicare alcuni resoconti questa settimana, per ora non rilascia commenti.

Via legale

Ma ci sono anche quelli che scelgono la via legale e approfittano, per esempio, dell’offerta che un consulente finanziario milanese ha pubblicato sul suo blog: gite in corriera da Milano a Lugano per imparare ad esportare legalmente il proprio denaro nel Canton Ticino. Finora sono saliti su quell’autobus 200 persone circa, un centinaio di loro ha aperto un conto in Svizzera.

E’ il sunto di quello che andiamo dicendo da tempo,

il Sig. Attilio Befera, paladino della lotta all’evasione in Italia,  in realtà fa passare sotto i titoloni da battaglia mediatica il fatto che gli accertamenti odierni dell’agenzia delle Entrate sono mirate sugli anni 2009-2010, incrociando le dichiarazioni fedeli con i mancati pagamenti.

Bella difficoltà, va a colpire proprio chi dichiara e non può pagare…espropria e massacra .

Vero certo che si prendono anche gli evasori totali, ma molto meno di quanto non si fustighino gli insolventi dichiarati.

E la grande evasione, come vediamo sopra “continua” mai come prima!

Grazie Italia.