Invece che pensare a bloccare un referendum che rimane democratimente un diritto del cittadino, il governo pensi a come fermare l’effetto domino delle chiusure delle imprese, dei fallimenti, della ribellione in corso verso equitalia, della disoccupazione incalzante e della povertà imminente.
La Germania fa da faro dando l’esempio di un paese che pensa al futuro, al contrario del nostro che pensa sempre e solo a come fare gli affari e far arricchire i soliti noti… amici di merende.
Di Francesca Gerosa
La Germania ha adottato oggi il progetto di legge che prevede l’abbandono del nucleare entro il 2022. Secondo il progetto di legge, le nove centrali nucleari attualmente attive in Germania verranno chiuse gradualmente nei prossimi 11 anni. Le prime tre verranno chiuse nel 2015, nel 2017 e nel 2019. Per quanto riguarda le rimanenti centrali, tre verranno chiuse nel 2021 e tre nel 2022.
“Tutti gli impianti verranno chiusi entro il 2022″, ha detto oggi il ministro dell’Economia, Philipp Roesler, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Berlino. Da parte sua, il ministro dell’Ambiente, Norbert Roettgen, ha commentato che il piano approvato dal Governo che prevede l’abbandono accelerato dell’energia nucleare e il rafforzamento delle fonti di energia rinnovabile segna l’avvio di un progetto “socialmente pionieristico”.
Come è noto, il Governo di fatto ha già avviato il piano con la decisione di chiudere definitivamente le sette centrali più vecchie del Paese, oltre a un impianto che non è attivo già dal 2009. Dopo la decisione della Germania di abbandonare entro il 2022 il nucleare, Parigi ha chiesto una concertazione a livello europeo.
Il ministro dell’Industria, Eric Besson, infatti, ha annunciato che avrebbe scritto al Commissario Ue all’Energia per chiedere l’organizzazione di una riunione di concertazione dei ministri europei dell’energia per parlare delle conseguenze delle decisioni prese a livello nazionale.
Oggi invece l’ufficio centrale elettorale della Cassazione ha messo nero su bianco le motivazioni che l’hanno portata a dire sì al referendum sul nucleare in Italia del 12 e 13 giugno: “le nuove norme del decreto Omnibus convertito in legge a maggio aprono “nell’immediato al nucleare”.
In particolare, la Cassazione spiega che “l’articolo 5 comma 1 non esprime solo programmi per il futuro ma detta regole aventi la forza e l’efficacia di una legge che apre nell’immediato al nucleare (solo apparentemente cancellato dalle dichiarate abrogazioni contenute in un provvedimento che completa le sue stesse revisioni abrogative con una nuova disciplina che conserva e anzi amplia le prospettive e i modi di ricorso alle fonti nucleare di produzione energetica)”.
Secondo la Cassazione, poi, il termine dei dodici mesi fissato dalle nuove norme contenute nel decreto Omnibus è in realtà regolativo di un rinvio (non di abrogazione) ma rimette la ripresa del nucleare a un provvedimento adottabile dal Consiglio dei ministri entro il termine di dodici mesi.
Insomma, secondo la Cassazione, l’espressione “entro dodici mesi” è uno spazio di tempo che non a caso ripropone il tempo di moratoria contemplata dal decreto legge modificato rivelando con ciò una costanza di intenti energetici nuclearisti e di tempi di loro realizzazione.
Quanto poi all’articolo 5 comma 8, in definitiva, non espunge il nucleare dalle scelte energetiche nuovamente disciplinate che era e resta obiettivo della richiesta di referendum. Inoltre, per la Cassazione, “il riferimento generico da parte del legislatore alla necessità di diversificazioni delle fonti di energia, include la scelta di fonti nucleari invece escluse dalla volontà referendaria”.
Domani toccherà alla Corte Costituzionale decidere se persiste l’ammissibilità del referendum sul nucleare, dopo la riformulazione del quesito da parte della Corte di Cassazione. A questo proposito il neo eletto presidente, Alfonso Quaranta, oggi ha detto: “personalmente ritengo di no, ma la Corte si riunirà domani mattina per esaminare tutti gli aspetti di questa problematica e prenderà una decisione domani stesso, massimo dopodomani”.
Prima dello stop del Governo al ritorno del nucleare in Italia la joint venture tra la francese Edf ed Enel prevedeva la costruzione di quattro centrali. A piazza Affari Enel ed Enel Green Power si muovono a due velocità. La prima azione cede il 2,46% a 4,6060 euro. Gli esperti di Citigroup hanno alzato il target price da 4,20 a 4,50 euro sul titolo, confermando il rating hold a seguito di un aggiornamento delle stime sulla società (Eps 2011 rivisto da 0,43 a 0,48 euro per azione).
Gli esperti vedono rischi al ribasso per le previsioni del consensus sull’Eps di Enel a partire dal 2012 (visto a 0,47 euro per azione), “il che suggerirebbe poca o nessuna crescita dell’Eps fino al 2013″. Citigroup cita la revisione della regolamentazione e il crescente costo del debito quali fattori critici. Inoltre, ai prezzi attuali il titolo ha una valutazione che riflette pienamente le potenzialità dopo una sovraperformance del 25% da inizio anno rispetto al settore. Comunque Enel potrebbe riallocare il debito sulle controllate meno indebitate, in particolare sulla spagnola Endesa.
Il blocco al nucleare favorisce ancora la controllata, Enel Green Power (+0,89% a 1,935 euro), che con Generali ha finalizzato oggi l’accordo con Terrae, la società che ha lo scopo di riconvertire e valorizzare il settore bieticolo-saccarifero, e Anb (Associazione Nazionale dei Bieticoltori), per l’acquisizione di una quota del 15% ciascuno del capitale sociale di Terrae.
Viene così collocato il 30% del capitale della società che ha come suo obiettivo la promozione e lo sviluppo di progetti per la generazione di energia elettrica da biomasse, alimentati da filiere locali. Si punta a riunire in un unico soggetto tre componenti indispensabili: quella agricola, che dispone delle filiere per la produzione da biomasse, quella industriale, per gestire la generazione di energia, e quella finanziaria, per garantire il sostegno alla realizzazione dei progetti di investimento.
fonte MF
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