La riforma della riscossione (Art. 29 D.L. 78/2010): commento e aspetti critici

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In un periodo di crisi dove trovare il lavoro per sopravvivere è diventata la necessità più pressante, in un paese dove il lavoro non esiste quasi più  se non nell’articolo primo della costituzione, ecco che dopo le numerose denuncie dei contribuenti vessati dal fisco, arriva l’aiuto sperato, riducendo i termini di pagamento delle imposte non versate. C’è chi sperava nel buon senso del legislatore come in quello di questo governo, sadica ombra del termine stesso;  chi sperava nella moratoria anche dei debiti fiscali, per chi ha dichiarato ma non può materialmente pagare, magari senza sanzioni ed aggi, tenendo conto dell’emergenza paese, al fine di potere fare fronte alle imposte più elevate ed ingiuste al mondo in modo da poter continuare a lavorare, senza scudare e senza evadere. Ed ecco la risposta : Tu paga subito, per dimostrare se e dove abbiamo bagliato noi ci penserai dopo, e se avrai pagato non dovendolo fare, decideremo prima o poi come restituirti le somme ingiustamente versate. Ma questo è un paese civile? Ma questi signori hanno una coscienza che li faccia vergognare del loro lavoro di avvoltoi spolpa carcasse?

Tra le novità introdotte del decreto legge n. 78 del 2010 la più rilevante è sicuramente quella contenuta nell’articolo 29 del decreto citato. Tale disposizione comporta una vera e propria rivoluzione nell’ambito, della riscossione. L’articolo citato prevede che gli avvisi di accertamento (relativi a imposte sul reddito e Iva) notificati a partire dal luglio 2011, per i periodi d’imposta dal 2007 in avanti, dovranno contenere l’intimazione al pagamento delle somme entro 60 giorni dalla notifica e saranno immediatamente esecutivi trascorsi 30 giorni dal termine per il pagamento. In altre parole, una volta notificato l’avviso di accertamento il contribuente avrà a disposizione 60 giorni per pagare le somme contestate. In caso contrario, trascorsi ulteriori 30 giorni dalla scadenza del termine per il pagamento, il concessionario potrà procedere ad esecuzione forzata sui beni del contribuente.

I motivi della riforma

Il decreto legge n. 78 elimina quindi, a partire dal luglio 2011, la cartella di pagamento che rappresentava l’atto, successivo all’avviso di accertamento, con il quale il contribuente veniva portato a conoscenza delle somme da pagare iscritte a ruolo (elenco nominativo dei soggetti debitori verso il fisco) . L’obiettivo della riforma è senza dubbio quello di accelerare i tempi della riscossione che, nonostante i progressi fatti negli ultimi anni, (vedi scudo fiscale al 5% per una evasione di 90 miliardi accertata)  rimane mediamente pari al 9% degli importi accertati e contestati ai contribuenti. L’intento del legislatore è quello di comprimere i tempi per la riscossione anche al fine di evitare “manovre fraudolente” del contribuente (le quali integrano, tra l’altro, il reato di “sottrazione fraudolenta di beni”) volte a sottrarre propri beni alle ragioni del fisco. La riforma è ispirata anche dall’intento di attribuire alle Agenzie fiscali  il potere di intimare al contribuente il pagamento delle somme accertate, lasciando al concessionario (vedi Equitalia) solo il compito di porre in essere l’esecuzione forzata in caso di mancato adempimento del contribuente.

I comportamenti del contribuente di fronte ai “nuovi” avvisi di accertamento

In decorrenza del nuovo regime (da luglio 2011) il contribuente che riceverà un avviso di accertamento potrà principalmente:

- non impugnare l’avviso di accertamento: in questo caso, entro 60 giorni, dovrà pagare interamente l’importo accertato dal Fisco;

- proporre istanza per la procedura di accertamento con adesione: in questa ipotesi l’istanza sospenderà per 90 giorni il termine, sia per proporre ricorso, sia per effettuare il pagamento;

- impugnare l’avviso di accertamento dinanzi alla Commissione Tributaria: in quest’ultimo caso, il consulente (pagato dal contribuente che magari ha pure ragione) che redigerà il ricorso dovrà avere cura di chiedere, all’interno di esso, la sospensione cautelare dell’avviso di accertamento. L’impugnazione, infatti, non sospende di per sé gli effetti dell’atto di accertamento, essendo necessaria una specifica richiesta di sospensione che deve essere concessa dalla Commissione Tributaria.

Gli aspetti problematici della riforma

Anche se la riforma non è ancora concretamente operativa sono molti gli studiosi e gli operatori che hanno sollevato dubbi e perplessità sulle novità introdotte dal decreto legge n. 78 del 2010. Le critiche più ricorrenti riguardano:

la lesione al diritto di difesa del contribuente: con la nuova disciplina, infatti, i tempi brevissimi per la riscossione (90 giorni) renderanno molto difficile per il contribuente ottenere, in tempo utile, la sospensione della riscossione da parte della Commissione Tributaria. ( lo sanno già ) Ne deriva che il contribuente, nel caso non paghi, rischia di essere oggetto di azioni esecutive sui propri beni per un accertamento, magari infondato, destinato a essere annullato dalla Commissione Tributaria.  La compressione dei tempi riguarderà anche la presentazione del ricorso (necessaria per richiedere la sospensione giudiziale dell’avviso di accertamento) con tempi molto stretti a disposizione dei consulenti per predisporre il ricorso, a discapito della “qualità” dello stesso, vista l’impossibilità di integrare successivamente i motivi addotti nel ricorso;

la contestazione dei vizi riguardanti la notifica al contribuente dell’avviso di accertamento: nel sistema attuale, prima della riforma del decreto legge n. 78, un eventuale vizio di notifica dell’avviso di accertamento poteva essere sollevato dal contribuente impugnando l’atto successivo (la cartella di pagamento) dinanzi alla Commissione Tributaria. Alla luce della riforma, che eliminerà il passaggio della cartella di pagamento, i vizi di notifica dell’avviso di accertamento potranno essere eccepiti impugnando il pignoramento (atto successivo all’avviso di accertamento nel nuovo sistema). Il pignoramento, in quanto atto dell’esecuzione forzata, rientra nella giurisdizione del giudice ordinario e di quello non tributario. Di conseguenza, eventuali vizi di notifica degli avvisi di accertamento finiranno per creare controversie da discutere davanti al giudice ordinario, con tutto quello che ne consegue in termini di tempi per la decisione. Tale aspetto vanifica, senza dubbio, il raggiungimento dello scopo di accelerare i tempi della riscossione;

- la mancanza di una disciplina di raccordo con la tematica del rimborso dell’imposta pagata indebitamente dal contribuente.

In conclusione, sarà la realtà concreta il “banco di prova” per questa  ennesima riforma nell’ambito della riscossione (la terza nel giro di 20 anni). Il contribuente dovrà essere cosciente di questi nuovi tempi stretti, agendo velocemente per aprire una procedura di accertamento con adesione o per ottenere la sospensione cautelare dell’avviso di accertamento.

Più in generale, appare evidente che, come spesso accade, il legislatore tributario corre a coprire le falle del sistema tributario italiano con interventi sovente privi di un raccordo sistematico con le altre disposizioni, contribuendo a creare un sistema sempre più complicato e contraddittorio.

FONTE

Torino: un’azienda di successo messa in crisi dal cimitero del paese

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La Sert opera nel torinese da quarant’anni. Ma due anni fa la costruzione di un camposanto a pochi metri dalla fabbrica ha imposto lo stop ai rumori della produzione, impedendo al tempo stesso ogni modifica strutturale. L’area è stata svalutata, il bilancio è andato in rosso. E ora a pagare rischiano di essere i dipendenti

Un’azienda messa “fuori gioco” da un cimitero. Succede alle officine meccaniche Sert di Leinì, vicino a Torino. «Abbiamo lavoro per milioni di euro ma non prendiamo lo stipendio da quattro mesi solo per permettere a qualche imprenditore senza scrupoli di guadagnare sulla pelle di 60 famiglie». Ma la protesta, per una volta, non è contro il “padrone”. Anzi: il proprietario della Sert, i dipendenti e i sindacati sono tutti uniti in un sit in davanti alla Regione Piemonte. «Questa manifestazione – spiega Marco Secci, sindacalista, funzionario provinciale della Uilm di Torino - è una delle ultime cartucce che abbiamo per aiutare questa azienda. In 20 anni di esperienza di sindacato è la prima volta che mi capita di lavorare fianco a fianco con i lavoratori e con l’imprenditore, contro le istituzioni. La Sert è un’azienda florida, fornitore privilegiato della Fiat, non ha concorrenti, fa il 22% di margine di utile, sarebbe in procinto di fare assunzioni». Rincara la dose Riccardo Rastrelli, il titolare: «La Sert è sana, tutti i dipendenti sono assunti a tempo indeterminato, nessun contratto atipico. Gli stipendi sono superiori alla media del settore metalmeccanico. Abbiamo commesse e ne possiamo prendere altre»
 

Rilancio economia, ecco piano Tremonti:sviluppo a costo zero grazie all’edilizia

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Ecco la risposta alla domanda dell’articolo seguente.

Come sviluppare l’Italia, con tonnellate di cemento…. speriamo che ne rimanga un pochino per costruire una bella lapide per il nostro Paese.

Calderoli: riduzioni fiscali per chi investe in ricerca, carta identità elettronica assorbe patente e tessera sanitaria.

la riduzione fiscale è valida anche per chi investe nella ricerca di una politica seria, di un governo che governi, di un futuro che non sia quello dei poveri d’Europa e del terzo mondo? Certo lo faremo ben equipaggiati, con una bella carta d’identità funzionale e le pezze al c..o! Che ideona partorita da menti eccelse! Ma forse siamo noi che pretendiamo troppo… tipo un lavoro, una casa, persino di fare impresa in un paese che protegga e valuti come ricchezza i propri distretti industriali, la propria manifattura, la propria pensione, una sanità che funzioni, una scuola pubblica che istruisca con i soldi delle nostre tasse “medaglia d’oro” a livello mondiale! Insomma, mai contenti… tutti via a comprare cemento con il quale murare gli ingressi dei nostri capannoni ormai vuoti.  Grande piano di sviluppo ministro, non è che con tutto questo cemento alla fine la penisola sprofondi in quel mare di fango nel quale siamo immersi fino al collo e per il quale giriamo ancora a testa alta?

leggi l’articolo.

 

Che sorprese ci riserva l’Italia?

di

Gideon Rachman
14 aprile 2011Pubblicato in: Gran Bretagna
Traduzione di ItaliaDallEstero.info

A Las Vegas i giocatori pesanti – quelli che potrebbero sbancare il casinò o finire al verde – sono chiamati “le balene”. Per l’Unione Europea, la balena è l’Italia.

Il degrado economico e i debiti transalpini hanno raggiunto tali livelli che la moneta unica e la UE dipendono in larga misura dal suo futuro.

La settimana scorsa il Portogallo è stato l’ultimo paese a soccombere alla crisi del debito europeo e a chiedere aiuto estero. La differenza è che questa richiesta è stata ben accolta dalle autorità europee visto che è un pesce piccolo rispetto al’Italia. Nel caso di un pesce grosso come la Spagna voglio sperare che l’UE potrà, nonostante tutto, gestire il suo eventuale deficit. L’Italia, tuttavia, è troppo grande per essere riscattata.

Il “circo” di Berlusconi ha distratto l’opinione pubblica italiana allontanando lo sguardo dall’economia reale, ma nell’ambiente imprenditoriale e finanziario si ritiene che la crisi del debito finirà per coinvolgere il paese. Il debito italiano attualmente arriva a circa il 120% del PIL, un valore superiore a quello che avevano Grecia, Irlanda e Portogallo quando sono stati obbligati a chiedere aiuto.

L’Italia è riuscita a contenere gli interessi sul debito e a finanziarsi sui mercati internazionali, ma c’è chi sostiene che la situazione attuale sia gestibile solo in un contesto di bassi tassi di interesse. Si stima che ogni rialzo di mezzo punto del tasso di interesse aggiunge 10 miliardi di euro al costo annuale degli interessi sul debito. Nel frattempo la Banca Centrale Europea ha aumentato il tasso d’interesse di 25 punti base, decisione che secondo i più pessimisti può gettare il paese nell’austerità e rendere il debito assolutamente intollerabile.

La soluzione ottimista è possibile. L’Italia ha livelli di debito alti, ma ha anche un livello di risparmio elevato. La maggior parte del debito italiano continua ad essere comprato dal paese stesso e le banche italiane si sono mostrate più prudenti delle loro consorelle tedesche o britanniche. È importante sottolineare che l’Italia ha livelli di debito elevati da vari decenni e che il deficit si mantiene moderato, cioè poco al di sopra del 4% del PIL.

L’Italia, come il primo ministro Silvio Berlusconi, sembra essere sempre sull’orlo del disastro, ma il motto del Cavaliere ha prevalso: “C’è sempre una via d’uscita”. Finora la ragione è stata dalla sua parte, ma attualmente i teorici si dividono. Berlusconi è a favore dell’introduzione di restrizioni, mentre il governo preferisce la via dell’inflazione. Il futuro di Berlusconi è nelle mani degli elettori e dei giudici italiani, mentre l’economia italiana potrà diventare ostaggio degli investitori stranieri, dei banchieri centrali di Francoforte e dei politici di Berlino.

[Articolo originale "Que surpresas nos reserva Itália?" di Gideon Rachman

Impresecheresistono – di Gerardo Coco

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Pubblicato oggi, sul blog di Oscar Giannino http://www.cicago-blog.it, l’articolo di Gerardo Coco ospite all’incontro di Cava Manara di cui riportiamo alcuni stralci.

Vi invito a leggerlo per intero e a postare sul blog di Giannino commenti e considerazioni.

Possono sperare di sopravvivere aziende sottoposte a un carico fiscale che in Italia si aggira intorno al 70%? È questa la prima domanda che la politica dovrebbe porsi. E, seconda domanda: se il comparto della piccola imprenditoria (PMI) costituisce l’80%, dell’intero settore industriale e assorbe il 70% dell’occupazione (di cui 30% per imprese con meno di 10 addetti) e risponde di circa il 70% del fatturato e fornisce un valore aggiunto tra il 65 e l’85%, perché soffocarne il contributo decisivo all’economia con una imposizione fiscale insostenibile?Non è poi il tasso di crescita delle cosiddette start-up a contribuire all’offerta di prima occupazione ed assorbire la manodopera meno qualificata e più debole? Se il settore costituisce la base produttiva del paese perché taglieggiarla proprio quando il calo d’ordini si fa drammatico? È civiltà industriale quella che assoggetta l’imprenditoria alla schiavitù fiscale?  È con la requisizione delle risorse che la politica intende promuovere la ripresa?

Tre anni fa un piccolo numero di imprese del Piemonte guidate da un imprenditore piemontese, Luca Peotta, esasperate dal vampirismo fiscale costituì un movimento di protesta:  Imprese Che Resistono (ICR). Resistere a che cosa? Appunto all’arbitrio tirannico del governo e della burocrazia statale, alla iniquità delle mutazioni legislative senza fine e a strumenti come Equitalia, creati per esercitare con maggior efficacia l’arte della rapina fiscale. In piena crisi, ICR chiedeva alle istituzioni misure eccezionali di sostegno per evitare un naufragio industriale senza speranza...

…Ecco perché siamo convinti che il movimento di protesta crescerà e alla fine, per ottenere misure efficaci  dovrà ritornare alle dimostrazioni dure, di piazza. E poiché ciò che serve alle piccole e medie imprese serve alla ripresa ed al paese ci auguriamo che la battaglia a cui ICR si appresta, diventi la battaglia di tutti specialmente dei giovani, occupati o meno. Sarebbe ora che scendessero in piazza anche le donne impegnate in politica e le femministe, questa volta non per rivendicare la dignità e libertà di disposizione del proprio corpo ma quella del proprio reddito e di quello delle imprese dove la maggior parte delle donne lavora perché la vera dignità e l’emancipazione derivano dal potersi sostenere con il frutto del proprio lavoro che va difeso dall’aggressione fiscale e che non può essere barattato con sussidi e solidarietà varie senza perdere la dignità e la libertà per scivolare verso una servitù regolata dallo Stato…

Leggi tutto l’articolo

NOI SI’ CHE STIAMO BENE IN PROVINCIA DI VARESE

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In provincia di Varese 34 aziende hanno aperto lo stato di crisi.

Il dato del primo trimestre del 2011 fa registrare un aumento delle richieste di Cassa integrazione guadagni straordinaria. Stasi: «Vanno al voto 33 comuni ma nessuno ha messo in agenda i temi del lavoro.

Qui l’articolo su VareseNews 

Cigs, oltre 2000 richieste nei primi tre mesi dell’anno

I dati provengono dall’osservatorio nazionale sulla cassa integrazione della Cgil. Siamo «vicini ad un punto di non ritorno, serve una svolta urgente»

Qui l’articolo

Dedicato a chi “Resiste”

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di Silvano Agosti

e soprattutto a coloro che sanno unicamente dire: “Tanto a cosa serve”…

 

“LA DOVE LA COSCIENZA PRODUCE COSCIENZA”..

“PERCHE’ LO SCHIAVO NON E’ TANTO QUELLO CHE HA LA CATENA AL PIEDE, MA QUELLO CHE NON E’ PIU’ CAPACE DI IMMAGINARSI LA LIBERTA’”

“quindi signori miei o  ci si sveglia, o si fa finta di dormire, o bisogna accorgersi che siete tutti morti”

BUONA PASQUA A TUTTI.

Come dirle bene forti e chiare…

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Nove in punto di Oscar Giannino 16.03.2011

http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=110316-noveinpunto.mp3

DAL MINUTO 15 CIRCA…. DA ASCOLTARE

“IN ITALIA NON C’E’ CONSENSO SU QUEL CHE C’E’ DA FARE, E NEMMENO DIBATTITO”

“quelli di destra fanno cose di destra, quelli di sinistra fanno cose di sinistra, e grazie a Dio se sbagliano Vanno a Casa”

“Tremonti..istruzioni per il disuso”  Prof.Michele Boldrin.

SOS MARCEGAGLIA/ Porro: servono meno tasse. Bertone: sì, ma come ha fatto il Belgio

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INT. Ugo Bertone, Nicola Porro martedì 12 aprile 2011

 Erano parte di un invito rivolto alle imprese associate per partecipare alle Assise Generali 2011 di Confindustria, ma le parole della presidente Emma Marcegaglia “Mai come in questi momenti gli imprenditori si sentono soli” sono inevitabilmente diventate tema da prima pagina dei quotidiani italiani.

 Ilsussidiario.net ha intervistato due esperti giornalisti economici come Ugo Bertone e Nicola Porro per capire meglio il senso delle dichiarazioni rese pubbliche domenica attraverso un videomessaggio dal leader degli industriali italiani. «Guardando la produttività del nostro Parlamento, c’è da dire che non sono solo le imprese a doversi sentire sole. Si tratta in ogni caso di capire se è meglio essere soli o male accompagnati», spiega Ugo Bertone, che subito chiarisce: «Basta considerare l’esempio del Belgio, che è un Paese senza Governo da 300 giorni, ma in cui le istituzioni funzionano, la pubblica amministrazione fa il suo dovere, il sistema delle relazioni industriali e il quadro di riferimento dell’economia, stimolato dalla forza tedesca, funzionano. Dunque, l’assenza di un governo, in un Paese fortemente indebitato (il Belgio lo è quasi come l’Italia) non è poi l’Apocalisse. In Italia, del resto, siamo riusciti ad avere conti brillanti, nonostante le pessime premesse, in un anno di produzione legislativa minima».

«Che il Governo abbia una politica economica non così favorevole alle imprese – aggiunge Porro – è fuor di dubbio, e questa situazione c’è dal primo giorno del suo insediamento, non è una scoperta di oggi. È strano che Emma Marcegaglia si accorga che le imprese sono lasciate sole dopo tre anni di guida di Confindustria, i primi due dei quali passati a parlare molto bene di questo esecutivo. Mi sembra quindi che si tratti di un’accusa da “campagna elettorale”, perché ha la necessità di lasciare un segno in Confindustria, dato che fino adesso la sua gestione è stata disastrosa».

 Bertone, dal canto suo, va oltre la “campagna elettorale”, spiegando che «l’unica domanda “piccante” della vicenda è capire se Viale dell’Astronomia stia cercando di smarcarsi da Silvio Berlusconi per prepararsi a qualche inversione di tendenza “terzopolista”, magari recuperando la centralità di Luca Cordero di Montezemolo. Tant’è che stamani (ieri, ndr) Repubblica ha, oltre alla versione ufficiale, descritto in un articolo ciò che la Marcegaglia avrebbe detto off-the-record negli incontri a porte chiuse di Confindustria».

 Per quanto abbia fatto o non fatto il Governo, la Marcegaglia ha detto ai suoi colleghi imprenditori che “non è il momento di scaricare sugli altri le colpe”. Il problema, spiega però Porro, «è capire se Confindustria, a prescindere da Emma Marcegaglia, rappresenti i grandi colossi o le piccole imprese. Infatti, quest’ultime sono anni che, nonostante questo governo e la crisi economica, riescono ad andare avanti, rimboccandosi le maniche, esportando, ristrutturandosi, cercando di trovare collaboratori migliori, investendo molto nella ricerca e nell’innovazione di prodotto. Ci sono, invece, altre imprese, quelle grandi in particolare, che hanno pensato che lo Stato elargisse risorse come nel passato, attraverso i soldi dei contribuenti. Ma questo non è avvenuto».

Ma di che cosa hanno bisogno le imprese per non sentirsi “abbandonate” e cosa si può fare per sostenere quelle che fino a oggi si sono date da fare e sono riuscite a sopravvivere?

                                     

«Se dovessi dire cosa vorrebbero le Pmi “meritevoli” di cui ho parlato prima – risponde Porro -, credo che, come tutte le persone che lavorano seriamente, vogliano in primis pagare un po’ meno tasse, visto il loro alto livello in Italia. E questo Governo certamente non le ha ridotte, anzi per le imprese lo ho fatto Prodi. Basterebbe anche un altro segnale molto semplice: far versare l’Iva nel momento in cui viene incassata. Oggi, infatti, le aziende devono pagarla anche quando le loro fatture restano inevase. E per chi non ha grossi fondi in banca a disposizione non è certo il massimo. Credo che poi vogliano un miglioramento nella burocrazia (e su questo c’è stato uno sforzo di Brunetta) e nelle infrastrutture (in questo caso occorrerà più tempo per vedere i risultati di quel che il Governo si è impegnato a fare)». E lo Statuto delle imprese, approvato a fine marzo all’unanimità dalla Camera? «È una legge perfetta – spiega il vicedirettore de Il Giornale – perché aiuta soprattutto le piccole imprese e stabilisce un principio sacrosanto: la proporzionalità degli adempimenti in base alle dimensioni. Ciò vuol dire che non si potrà pretendere da un’impresa di pochi dipendenti quello che viene chiesto a una multinazionale da migliaia di impiegati». In sintesi, «il Governo si deve impegnare per meno tasse e regole per le imprese. Anche per quel che riguarda la revisione dell’articolo 41 della Costituzione non si è visto nulla dopo l’annuncio del Consiglio dei ministri del 9 febbraio». Pur ammettendo che questa riforma sarebbe positiva, «così come i controlli a posteriori anziché le pratiche ex ante», Bertone si chiede «se c’è poi tanto bisogno di questo tipo di politica industriale.

 Ci sono anche dei grandi progetti di sistema, come la banda larga, che non decollano, ma forse è perché non ne abbiamo la forza e sarebbe quindi meglio procedere con dimensioni diverse, magari cablando solo alcune zone. Sinceramente, non vedo la necessità di una grande politica industriale che poi in assenza di risorse non riusciamo a realizzare. Certo, ci vorrebbe un pochino di coraggio sulla scelta fiscale, ma sarebbe bene imparare in proposito un’altra lezione dal Belgio: una parte del risanamento dei suoi conti è dovuta alla maggior produttività e alla crescita economica legata al traino della Germania; l’altro pilastro è stato la cancellazione di tutte le detrazioni fiscali a vantaggio delle imprese. In pratica, hanno spostato la fiscalità dalle persone alle cose agendo sull’Iva e hanno sgravato le imprese da aliquote molto alte, ma per fare questo hanno anche abolito tutto quell’armamentario di agevolazioni e detrazioni che da noi è impropriamente definito politica industriale, che puntualmente si trasforma in un assalto alla diligenza, volutamente a vantaggio dei più furbi». Dunque riforme, cambiamenti, anche se a quanto pare pure questi rischiano di creare solitudine. L’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, commentando proprio le parole di Emma Marcegaglia ieri ha detto infatti che a Pomigliano e Mirafiori (simboli di una svolta nelle relazioni industriali) “siamo stati lasciati soli”. «Lasciati soli da Confindustria», aggiunge Porro. «Le dico la verità: sono molto critico rispetto ad alcune operazioni di politica economica di questo Governo, ma se c’è una cosa importante che ha fatto, grazie soprattutto a Sacconi e Berlusconi, è permettere che si tenesse il referendum a Mirafiori, così come quello di Pomigliano. Si immagini cosa avrebbe fatto qualsiasi altro Governo, con tutta la pressione che c’era da una parte dei media e della società civile, da un certo sindacato e da tutti quelli che pensavano che si trattasse di un ricatto del manager canadese. Questo è stato un “fare”, non un “non fare”. Penso che in quella specifica vicenda il Governo si sia comportato molto bene e penso che la battuta di Marchionne sia più riferibile a quel che non ha fatto Confindustria rispetto a quello che ha fatto l’esecutivo». Bertone, invece, ammette che Marchionne «ha probabilmente qualche ragione psicologica o emotiva per aver detto quello che ha detto; poi c’è anche il prezzo delle scelte giustamente fatte: se uno rinuncia ai contributi dello Stato, ma non accetta di andare incontro a quelle che sono le esigenze politiche e dell’industria non si può lamentare se viene lasciato solo». Anche se, aggiunge Bertone, «il trattamento che ha ricevuto sulla vicenda delle sue stock options è stato decisamente una cosa ignobile che non ho visto usare con nessun altro manager al mondo». E non va poi dimenticato il fatto che «in questo sistema bislacco, un certo sindacato fa la guerra alla Fiat, mentre accetta turni notturni in qualunque impresa sotto i 50 dipendenti. Poi nei convegni ci si lamenta perché le aziende sono troppo piccole, cosa che grava pesantemente sulla produttività del sistema in quanto è suo il primo handicap, ma appena un’azienda cresce oltre una certa dimensione, o addirittura è la Fiat, diventa un simbolo da abbattere».

 Altro che sentirsi soli: in certi casi per le imprese sarebbe bene riuscire a fare in pace il proprio lavoro. (Lorenzo Torrisi)

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/4/12/SOS-MARCEGAGLIA-Porro-servono-meno-tasse-Bertone-si-ma-come-ha-fatto-il-Belgio/print/167223/

AMEN !!

Tremonti: “Miglior difesa è l’attacco”

Il ministro interviene in commissione Finanze alla Camera, dov’è in esame il decreto legge che contiene misure urgenti per garantire l’ordinato svolgimento delle assemblee societarie annuali: “Le norme anti-scalate sono generali”

“La migliore difesa è l’attacco; il problema che ha questo Paese non è tanto quello di difendere quanto quello di sviluppare”. Ha esordito con queste parole il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel corso di una audizione in commissione Finanze alla Camera, dove è all’esame del decreto legge che contiene misure urgenti per garantire l’ordinato svolgimento delle assemblee societarie annuali.

“Il problema – ha sottolineato il ministro – è capire bene il contesto in cui siamo”. Parlando del provvedimento allo studio della commissione il ministro ha notato che si tratta di una “norma generale”. Perché “quando a un certo punto venne fuori, dai mezzi d’informazione, che serviva per superare la complessità delle nomine nelle grandi società pubbliche quotate quotate e leggendo giornali ho detto: è un’idea anche questa, in realtà le nomine sono state fatte in tempo ma effetivamente l’utilità avrebbe potuto essere costituita anche da quella necessità”.

Inoltre, secondo Tremonti, le norme “dovrebbero essere messe a regime nel software del milleproroghe ogni anno”. Il piano nazionale sulle riforme “contiene ipotesi che saranno presto oggetto di un decreto legge che saranno relative a opere pubbliche, edilizia abitativa, turismo e ricerche scientifica”, ha poi ribadito il ministro dell’Economia.

“Cerchiamo di essere pratici – ha esortato il titolare delle Finanze – il 95 per cento del Pil è fatto da imprese con meno di 15 addetti. E al vertice ci sono poche società quotate alcune bloccate per struttura societaria. Ma il numero di quotate è sceso – ha detto ancora il ministro – Dobbiamo far crescere l’economia nella sua dimensione: non vuol dire che dobbiamo ingratitudine a milioni di piccoli imprenditori che fanno la nostra economia. Siamo la seconda manifattura del mondo e gli ideologi che hanno sostenuto il contrario ora ‘risalgono le valli’. Se cresce la dimensione dei mercati deve anche crescere quella imprenditoriale”.

Da Tremonti è arrivata anche una stoccata contro il Pd: “Non ho ricevuto grandi proposte. Mi è stato detto che il Pd ha lavorato a un documento. In effetti conosco quel documento, e per usare una parafrasi diplomatico – eufemistica credo che il ‘lifetime’ all’Eurostat di quel documento non superi i 10 minuti”.

Durante l’audizione c’è stato anche il tempo per un piccolo battibecco tra Tremonti e un parlamentare dell’opposizione. Mentre il ministro parlava degli interventi che il governo intende varare per favorire la crescita, un deputato ha protestato: “Ma stiamo parlando di Parmalat!”. “Io mi posso permettere di dire quello che voglio – ha replicato Tremonti – e voi di dire quello che volete. Siamo in un libero Parlamento. Io ho raccolto l’invito ad una discussione più ampia…allora basta, arrivederci…”. Poi la discussione si è placata ed è ripreso il dibattito.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04 … po/105706/

DALLA PRESSIONE ALLA OPPRESSIONE FISCALE ….

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Tremonti: «Oppressione fiscale eccessiva sulle imprese»

Troppi controlli continui sulle aziende: costi per i tempi persi, stress e occasione di corruzione

Il ministro: «Pensare a ispezioni più concentrate»

Tremonti: «Oppressione fiscale eccessiva sulle imprese»

Troppi controlli continui sulle aziende: costi per i tempi persi, stress e occasione di corruzione

Giulio Tremonti (Epa)
Giulio Tremonti (Epa)

MILANO – «L’oppressione fiscale» sulle imprese è eccessiva e «la dobbiamo interrompere». Lo ha indicato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel corso di un’audizione alla commissione Finanze alla Camera, avendo in mente in particolare i controlli e le ispezioni alle aziende. «Sono eccessivi: ci sono costi per il tempo perso, oltre a stress e occasioni di corruzione. È un’oppressione fiscale che dobbiamo interrompere», ha precisato il ministro che ha poi aggiunto: «La proposta deve essere equilibrata e non può essere del tipo della legge 626 sulla sicurezza sul lavoro. In molti settori potremmo immaginare un qualche tipo di concentrazione, che salvi le esigenze erariali e che tuttavia riduca il continuo meccanismo di frequentazione delle imprese, per cui va via uno e dopo una settimana arrivano i vigili, e poi seguono gli ispettori».

CONTROLLI – «Se riusciamo a trovare un equilibrio tra l’esigenza del controllo e l’attività delle imprese», ha detto Tremonti, «credo che faremmo un servizio all’economia del Paese. Ci vuole un criterio equilibrato» che potrebbe essere «un coordinamento dall’alto o il diritto dal basso di dire “non mi rompere più di tanto”».

FISCO, CONTRIBUENTI.IT: 1 IMPRESA SU 3 CHIUDE DOPO UNA VERIFICA.

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ROMA – Sempre più imprese italiane chiudono i battenti dopo aver ricevuto una verifica fiscale. L’Associazione Contribuenti Italiani, per la kermesse “Fisco Tour 2011″, ha presentato stamane a Napoli durante il convegno “Fisco Spy”, i nuovi risultati dell’indagine sullo stato di salute dei contribuenti italiani. Lo Studio, condotto per il Rapporto annuale del Contribuente 2011 che sarà pubblicato su Contribuenti.it Magazine, ha rilevato che soltanto 2 imprese su 3 (il 68,2%) che ricevono una verifica fiscale riescono a sopravvivere, mentre 1 impresa su 3 (31,8%) chiude i battenti. Dallo studio è emerso lo stato di debolezza delle imprese italiane, fatte prevalentemente da piccole imprese, che non riescono a fronteggiare contemporaneamente due eventi straordinari: la crisi economica e l’accertamento fiscale. Secondo il Rapporto annuale del Contribuente 2011, anche le richieste di rateizzazioni del pagamento delle imposte sono cresciute: in due anni le richieste sono passate da 800 mila a 1 MLD e l’importo delle imposte rateizzate è cresciuto da 12 MLD a 14 MLD di euro. Nel 2011 è cresciuta anche la fiducia dei Contribuenti Italiani nella Guardia di Finanza (77,6%) e nella Magistratura tributaria (86,4%). Ciò a seguito del “Progetto qualità del contenzioso tributario” avviato a marzo del 2009, in tutte le principali città italiane, dallo Sportello del Contribuente. Dall’analisi dei primi dati è emerso che in 8 ricorsi fiscali su 10 ha vinto il contribuente, considerando sia le sentenze totalmente favori del contribuente che quelle parzialmente favorevoli. In appena 25 mesi, l’Associazione Contribuenti Italiani con il ‘Progetto qualità del contenzioso tributario’ ha centrato l’obiettivo, di incrementare gli esiti favorevoli al contribuente delle controversie di maggiore rilevanza economica relative ad atti di accertamento, avvisi di liquidazione o cartelle di pagamento errati, inserendo, nei collegi di difesa, i professionisti di KRLS Network of Business Ethics, leader in Italia nel contenzioso tributario, promuovendo, al contempo, gli strumenti deflattivi del contenzioso nei confronti degli evasori fiscali. «Ciò che ci amareggia è che molte imprese, quest’anno, hanno chiuso i battenti pur sapendo di avere ragione – ha sottolineato Vittorio Carlomagno presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani – Per fronteggiare l’emergenza ed aumentare il tasso di compliance chiediamo al Parlamento di istituire, per legge, Lo Sportello del Contribuente presso tutti gli organi diretti ed indiretti dell’amministrazione finanziaria».
Maggiori informazioni su “Fisco Tour 2011″ sono disponibili sul sito internet www.contribuenti.it.

VI PREGO SMENTITE LE MIE PREVISIONI!

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Che stia arrivando la fase due della crisi?
Vi do alcuni dati a mio avviso preoccupanti non per allarmarvi, ma solo per farvi riflettere ed eventualmente convincervi a tenere compoprtamenti prudenti.
Il prezzo del petrolio è ai massimi da un anno e molto vicino ai livelli che nel 2008 hanno preceduto la recessione del 2009.
Il dollaro è a 1,45 sull’Euro, vicino all’1,50 del 2008.
La cassa integrazione a marzo sembra essere riesplosa con un + 45,1%. Certo è da tener presente che poi l’utilizzata è minore di quella richiesta, ma un aumento consistente implica una previsione pessimistica da parte delle imprese.
La produzione  industriale ha rallentato la sua crescita dal luglio del 2010.

Cosa sta accadendo?

La continua immissione di moneta che gli Stati Uniti perseguono e che il sistema finanziario trattiene , sostiene i mercati e alimenta la speculazione che incide sul costo delle materie prime.

E a noi che ce ne importa? Direte voi. Ci importa e molto perchè, nel mercato globalizzato di cui facciamo parte, ogni economia non è completamente slegata dalle altre per cui presto o tardi questa situazione si rifletterà direttamente sul livello dei nostri ordini.

Quando?

Oggi i tempi si sono ristretti rispetto al passato, quindi 2 o 3 mesi dovrebbero essere sufficienti, per cui, a cavallo delle ferie, se non ci sarà una sensibile inversione di tendenza, avremo un nuovo acuirsi della crisi.

Da gennaio 2013, per non farcene mancare nemmeno una, arriverà la nuova stretta del credito di Basilea 3 quindi prepariamoci.

Ogni  tipo di previsione differente è bene accetta!